Come educare i bambini alla morte e al lutto? Un nuovo libro di uno specialista in psicologia medica prova a esplorare strade nuove
«La domanda che vola»: si intitola così un breve saggio appena pubblicato dall’editrice EdB in cui Francesco Campione, medico e fondatore dell’Istituto di Tanatologia e Medicina psicologica, affronta il tema delicato del rapporto tra i bambini e la morte. La particolarità dell’approccio di Campione è il tentativo di andare oltre sia al discorso «favolistico» sia a quello «scientifico» sulla morte, per provare a tracciare una strada in cui le domande sulla morte diventano anche nel bambino occasioni per incontrare il mistero della vita. Dal volume anticipiamo qui sotto un brano del primo capitolo.
«Chi insegnerà agli uomini a morire, insegnerà loro a vivere»: questo aforisma di Montaigne afferma che è difficile imparare a vivere senza aver trovato qualche soluzione al problema della morte, cioè senza che qualcuno ci abbia insegnato a morire. La tesi è convincente. Basta considerare quale vita sono costretti a fare coloro che sono dominati dai sentimenti che può provocare negli esseri umani la coscienza di essere mortali, cioè, fondamentalmente, la paura, l’angoscia e il desiderio della morte.
Chi ha tanta paura di morire tenderà ad aver «paura di tutto» – perché si può rischiare di morire anche inciampando su un gradino di casa -, o a sviluppare qualche paura «preventiva» (fobia), che consiste nell’evitare ciò che fa pensare al rischio di morire, come la fobia dell’aereo, dei luoghi affollati, del buio o della morte stessa.
Chi teme che il nulla ci attenda dopo la morte, cioè chi pensa che si viva una volta sola e soffre di quella particolare sofferenza che i filosofi (come Heidegger) hanno chiamato «angoscia di morte», dovrà impegnarsi nella sempre incerta ricerca dell’eternità e dell’infinito, se vuole annullare il nulla dopo la morte, o dovrà trovare il coraggio di vivere come se ogni istante fosse l’ultimo, se vuole fare l’eroe di fronte al nulla.
Chi desidera la morte ogni volta che non riesce a sopportare la vita avrà una vita precaria e la disprezzerà ogni volta che soffre troppo.
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L’articolo mi trova, indubbiamente, d’accordo. Ho quasi 54 anni, e nessuno mi ha mai insegnato ad affrontare queste situazioni. Nel giro di pochi anni sono morte diverse persone a me care. Solamente in quest’anno se ne sono andati fisicamente (che siano morti o che abbiano lasciato il corpo, a seconda dei diversi punti di vista, poco importa), mio zio materno e mio papà. Nonostante io abbia cercato di prepararmi all’evento già da tempo, ho avuto qualche difficoltà ad accettare una morte così rapida e, spero per mio padre, indolore. Ora, per superare questo momento, scrivo, scrivo e scrivo in continuazione. Immagino di parlare con lui e quindi gli racconto ciò che mi accade, tutte le volte che ne sento la necessità o il desiderio. Mi sento sollevato perché scrivendo è come se ciò che ho dentro uscisse, lasciandomi più leggero. La testa si svuota di tutti questi pensieri. Se qualcuno mi avesse insegnato qualcosa al riguardo, oggi forse per me sarebbe diverso. Ben vengano queste iniziative!