Catechista, niente fuga, ne vale la pena


di Assunta Steccanella per www.vinonuovo.it

E’ settembre, si ricomincia. Chiusa la parentesi estiva e accantonati gli affannosi tentativi di riposarsi, anche in parrocchia riprendono tutte le attività consuete. Sono coordinatrice del gruppo catechistico da molti anni, e in questo periodo sono alle prese con l’organizzazione dell’attività e il gioco ad incastro tra le disponibilità orarie dei catechisti e le disponibilità logistiche delle stanze.

E poi mi manca sempre qualcuno. Tradizionalmente il servizio di catechista in Italia è svolto da una schiacciante maggioranza di donne (circa l’80%) e la nostra parrocchia non fa eccezione. Ebbene, qui la fuga delle quarantenni la sentiamo sulla nostra pelle già da alcuni anni. Alle defezioni, normalmente per seri motivi, delle catechiste esperte è sempre più difficile trovare ricambi; spesso, poi, le “nuove” accettano, restano uno, due anni, poi lasciano. “E’ un impegno troppo gravoso” “Non mi sento preparata” “E’ difficilissimo gestire i bambini”

Tutte ragioni valide. Per svolgere il servizio, prezioso, di trasmissione della fede occorrono dedizione, preparazione, pazienza infinita. Ma quello che non è ben chiaro è che queste doti devono esistere in potenza, non in atto: essere catechista non è una condizione previa, fatta e finita. Catechisti si diventa, sul campo. E il lungo percorso, inesorabilmente, ci rende persone migliori. Per quel che vale, posso portare un piccolo esempio personale. Sono passati ventisei anni da quando ho cominciato: mi ero trasferita da poco dal mio paese di provenienza, e all’epoca ero una giovane mamma di due bimbi. Un giorno, senza che lo avessi previsto né progettato, per una serie di coincidenze mi trovai coinvolta nella catechesi e il parroco mi affidò una IV elementare. Iniziai l’avventura con grande fiducia nella mia preparazione sui contenuti della fede: ero convinta di sapere tutto ciò che occorreva, mentre avevo molti dubbi riguardo alla mia competenza sul metodo da impiegare. Ci pensarono però i bambini a farmi cambiare idea: di fronte alle loro domande provocatorie mi rendevo conto, spesso, di essere in grado di dare solo delle risposte stereotipate, poco capaci di graffiare il quotidiano. Mentre la metodologia si arricchiva, cresceva la consapevolezza di quanto fosse superficiale la mia conoscenza del cristianesimo. Così cominciai a cercare una strada per formarmi.

Ho iniziato frequentando la scuola diocesana di formazione teologica, e ho scoperto un mondo. Essere catechista ha costituito un’occasione straordinaria di crescita, umana e cristiana, perché il rapporto con i bambini e la formazione teorica mi hanno condotto a ripensare non solo la mia vita di fede, ma la modalità stessa di rapportarmi con gli altri. E nel corso degli anni ho potuto verificare, più volte, che questo vale per tutti coloro che accettano di mettersi in gioco sul serio, in questo servizio.

Quindi? Non è possibile obbligare nessuno a scegliere di impegnarsi come catechista, io però posso affermare quello che credo: è settembre, si ricomincia, ne vale la pena


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