di Luigi Alici
Palmira, Raqqa, Aleppo… Parigi, Nizza, Berlino… Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto… e poi Visso, Norcia, Castelsantangelo sul Nera…
Luoghi molto diversi: in alcuni casi metropoli famose, in altri città lontane e sconosciute ai più, in altri ancora piccoli borghi pacifici all’ombra degli Appennini… Che cosa hanno in comune? Oggi sono tutti luoghi della paura, anzi del terrore. La società della sicurezza garantita, in cui tutto dev’essere saldamente sotto controllo, è invece un luogo abitato da un’emozione ancestrale, solitamente associata a uno stadio primordiale dell’umano, dominato dall’insecuritas, dalla mancanza di stabilità, di protezione, di sicurezza, di punti di riferimento certi e affidabili: hanno paura i primitivi, hanno paura i bambini…
Il grado estremo della paura è il terrore, che esplode in rapporto a una causa mostruosa, sterminatrice, irreparabile. Il terrore è una paura orrenda, terrificante, che diventa panico quando si avverte che la fine è ormai prossima. Ben altro rispetto all’angoscia, da alcuni filosofi celebrata come una condizione emozionale – impassibile e un po’ salottiera – che accompagna l’avvertimento del nulla!
Resta una differenza fondamentale, però, fra i due gruppi (purtroppo molto più ampi) di città o paesi: nel primo caso il terrore è un prodotto “artificiale” dell’uomo, quasi sempre un distillato di altissima tecnologia militare e di bassissima passione politica; nel secondo caso il terrore è prodotto da un evento naturale, che può semmai essere più o meno distruttivo a seconda dell’imprudenza umana (soprattutto a livello edilizio). Il male, il male umano, soprattutto quando è voluto, premeditato, addirittura pianificato a tavolino nei minimi dettagli è certamente il “disvalore aggiunto” che rende ogni disgrazia non solo cruenta, ma soprattutto profondamente ingiusta e intollerabile.
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