di Gilberto Borghi
Il 3 luglio su Repubblica Simonetta Fiori scrive un articolo dal titolo: “Il dio dei millennials“, in cui rende conto di alcune inchieste italiane, degli ultimi mesi, che tentano di delineare come i “teen ager” di oggi vivono la dimensione religiosa. In sostanza riconferma una percezione per me già ampiamente verificata. Non certo una generazione “incredula”, ma che, per quasi il 70%, ammette di coltivare un rapporto col sacro. Ma lo fa in forme assolutamente nuove e ancora non ben rintracciabili che ovviamente non sono intercettate quasi mai dalla nostra tradizionale pastorale cattolica. Fin qui, per me, nulla di nuovo.
Ciò che mi ha colpito però, è un passaggio dell’articolo. «Cosa induce un ragazzo ad allontanarsi da Dio? L’agnosticismo annida soprattutto tra i figli dei separati, “tra chi ha vissuto la rottura dei legami famigliari o la perdita della certezza affettiva”, spiega Garelli. A incrinare la fede possono intervenire le fratture esistenziali, come la perdita del lavoro o una condizione precaria. Ma può incidere anche l’estraneità a una Chiesa percepita come pomposa e ingiusta gerarchia, regno del privilegio e della ricchezza e non degli ultimi».
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