Tutti i santi, un bel giorno da capire


di Roberto Colombo

​Tra le feste dell’anno, quella di Ognissanti sembra avere perso il suo smalto più delle altre. Se nella “religione civile” vi è ancora posto per il Natale e la Pasqua, la ragione per far festa il primo novembre sembra perdersi nel ricordo, quando i santi erano venerati e invocati come se fossero di casa nostra. Familiari nella vita come un papà o una sorella. Quando serviva un esempio per educare i figli o i fedeli, genitori e preti si facevano in quattro per trovare nelle agiografie l’episodio di un santo che facesse al caso. Santi sì, ma con i piedi in terra, e ce n’era per tutti. Anche loro imbrigliati nei guai di noi tutti, ma con lo sguardo alto e Gesù nel cuore. Vicini a noi, perché sono come avremmo desiderato essere noi: donne e uomini veri. Nel bisogno si correva da loro, i santi, a chiedere man forte per ottenere da Dio una grazia, o anche solo un consiglio, un’illuminazione per una scelta difficile. Ce n’era uno per ogni circostanza: san Gerardo per le partorienti, santa Lucia per riacquistare la vista, sant’Antonio per trovare gli oggetti smarriti, san Giuseppe per morire bene, e la lista non finiva mai.

Ma è soprattutto l’idea di santità che è venuta meno. E non è stata sostituita da nessun’altra idea che le sia pari. Gli ideali (se ancora qualcuno di essi è popolare) volano basso, talvolta rasentano il fango, e cambiano così velocemente da non costituire più la bussola della vita. Non sono le zucche vuote di Halloween ad avere preso il posto della festa di Ognissanti, ma è il vuoto delle grandi passioni dell’uomo, quelle per il bello, il vero, il bene, il giusto, l’eterno. La nostra vita sembra consumarsi nella preoccupazione di non perdere quello che siamo piuttosto che di diventare quello a cui la vita ci chiama. Così i bambini non diventano mai giovani, i giovani mai adulti e gli adulti non riescono ad accettare di invecchiare e dover morire.

Il santo non è un soggetto eccezionale, un pezzo raro o un reperto dell’archeologia cristiana. È un uomo o una donna che sono veramente tali. Le loro immagini e le statue stanno dovunque (non solo nelle chiese e nei musei) e i loro nomi sono scritti sulle strade delle nostre città perché loro, i santi, sono dappertutto, in mezzo a noi. Se diciamo di non averne incontrato nessuno è perché viviamo distratti e non ci siamo accorti della stoffa vera dell’umano, la santità. Il retore romano Mario Vittorino, annunciando pubblicamente la sua conversione, diceva: «Quando ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo».

In tempi di crisi, poi, parlare di santità appare come un lusso che non ci possiamo permettere. Presi come siamo dal tenere insieme la carretta del lavoro e della casa, abbiamo tirato i remi in barca e ci lasciamo portare dalle correnti, dove tira il vento, navigando a vista e sotto costa, senza prendere mai troppo il largo. Nulla sembra essere così lontano dal nostro orizzonte come la possibilità di cambiare rotta. La santità è la grande opportunità perché, cambiando sé stesso, l’uomo non resti prigioniero delle circostanze della vita che non può scegliere né modificare. E questo accade solo lasciandosi cambiare da un Altro.

La sfida che la santità è per l’uomo di ogni tempo, anche il tempo della crisi, non consiste in un appello a un ulteriore slancio morale, ma nell’accettare che la ripresa di noi stessi e del mondo sia una gratuità, una novità imprevedibile e inattesa. «Non è a forza di scrupoli che un uomo diventerà grande. La grandezza arriva, a Dio piacendo, come un bel giorno» (Albert Camus). E sarà il giorno di una grande festa, quella dei santi.

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