di Alessandro D’Avenia

La mattina di Natale aspettavo che i primi raggi di luce filtrassero nella mia stanza, vigile come una sentinella nel buio screziato dall’intermittenza delle luci dell’albero che si insinuavano per tutta la casa. Poi in silenzio uscivo dal letto e mi acquattavo nel soggiorno a fissare i regali, che aspettavo da settimane e di cui avevo immaginato il contenuto celato dalle forme dei pacchi e dalla carta colorata. A poco a poco arrivavano fratelli e sorelle, tutti ancora in pigiama, fino a che la presenza di papà e mamma dava il via alla febbrile distruzione degli involucri: ogni regalo era accompagnato da un coro di «oooooh». La luce usciva da ogni cosa, dalle carte dorate e dai volti: la luce potente di ciò che basta per essere pienamente felici. Al contrario del buio freddo che ho sentito penetrare tra le fessure del cappotto e raggiungere il cuore, qualche giorno fa, camminando per le strade della città in cui abito. Le luci non accarezzavano, ma sferzavano gli occhi: più che l’annuncio del Natale, erano il promemoria degli «inesorabili» acquisti. Come mai un gesto così bello si è saldato all’ansia? E soprattutto: che cosa significa, davvero, «scambiarsi» i regali a Natale?
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