Giovani e religione, oggi


giotaizedi Gilberto Borghi

Qualche giorno fa ho trovato sulle pagine “on line” dell’Espresso-Repubblica questo articolo articolo, a firma di Lorenzo Di Pietro sul tema che da anni mi appassiona: il rapporto tra i giovani, la fede e la religione. Di Pietro, partendo da una serie di dati raccolti da tre fonti diverse, descrive un quadro in cui il calo di interesse dei giovani per la religione e la fede è indice, a suo dire, di “un processo di secolarizzazione in corso nel Paese, che coinvolge anche i giovani e vede nelle donne un ulteriore elemento di spinta verso una società più laica ed emancipata”.

Non ho dubbi sui dati che Di Pietro riporta. Qualche dubbio ce l’ho – invece – sulla lettura che di questi dati viene proposta vino nuovonell’articolo. Intanto perché chi si occupa di queste cose sa benissimo che un conto è la relazione tra i giovani e la religione istituzionale – in gran parte identificata con la Chiesa Cattolica – e un altro è quello tra i giovani e la fede, cioè la dimensione spirituale e la “sensibilità religiosa”. Sostenere che la presa di distanza dalla religione equivale ad un calo della sensibilità religiosa indica solo che l’immagine di questi giovani che si sta proponendo è ottenuta senza avere avuto mai con loro una relazione diretta, sul campo, su questi temi. 

In secondo luogo collegare direttamente la presa di distanza dei giovani dalla religione istituzionale con una positiva emancipazione della società vuol dire continuare a leggere il cambiamento sociale con strumenti che oggi non danno ragione sufficiente di ciò che è sotto i nostri occhi: la “laicizzazione” della società, alla francese, cioè religiosamente neutralista, produce estremizzazione religiosa non emancipazione. John Lennon che canta “and no religion too“, per una società che viva in pace, è stato clamorosamente smentito dai fatti. Né i comunismi più “duri e puri”, né i capitalismi più “selvaggi e liquidi” sono riusciti a “uccidere” la religione. Con buona pace di chi se ne rammarica.

L’articolo di Di Pietro – però – ha il merito di riportare l’attenzione su alcuni dati, che erano già noti da tempo, ma che troppo presto, in casa cattolica, sono stati messi da parte. In primo luogo il progressivo e perdurante calo di chi sceglie di avvalersi dell’insegnamento della religione, numero più che raddoppiato in questi ultimi vent’anni. Secondo: l’erosione, anche qui progressiva e costante, della partecipazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, indicata in circa 15 punti percentuali in meno dal ’95 ad oggi. Terzo, ma non ultimo, la percezione di “appartenenza” religiosa dei giovani, che passa, in ambito cattolico, da un quasi 50% del ’84 a circa il 30% di oggi. Con la contemporanea crescita di chi si dichiara “non appartenente” ad alcuna religione, che, nello stesso periodo, sale di oltre il doppio.

Se poi questi dati vengono messi assieme ad altri (che Di Pietro forse non conosce) il quadro si fa più complesso ancora. Quello, ad esempio, di quasi 2 giovani su 3 che dichiarano di coltivare una forma di spiritualità personale. E di quasi 3 su 4 che dichiarano di credere nell’esistenza di una qualche forma di vita superiore. E ancora, quello di chi ammette una percezione positiva del senso della vita, quasi il 70%, connesso in qualche modo ad un’altra esistenza dopo la morte. (Per chi volesse andare alla fonti consiglio un libro splendido: A. Castegnaro – Fuori dal recinto. Giovani, fede e Chiesa: uno sguardo diverso).

Come si possono, allora, tenere insieme tutti questi dati? Un’ipotesi è che – a differenza di quanto afferma di Pietro – i giovani annuncino la fine della secolarizzazione e, come conseguenza dell’essere post-secolari, la riorganizzazione della dimensione religiosa su strade molto diverse. Strade non “istituzionali”, perciò spesso non rintracciabili dalla Chiesa, ma sulle quali il sentimento religioso appare ancora potentemente presente.

Strade in cui il credere si manifesta sempre più come desiderio di un’esperienza diretta di relazione col mistero, capace di produrre coinvolgimento e sentimento, anche in forme poco elaborate e per certi aspetti non razionalizzabili. Dove cioè le esperienze attraggono molto più dei catechismi e si coglie la tendenza a passare dal credere in Dio al credere nel mistero di Dio, dalla dogmatica alla mistica.

Altro che la prima generazione incredula, perciò! Una generazione invece che sembra annunciare un’epoca diversa. Dove il senso del nostro stare al mondo non arriva più come scoperta e accettazione di un patrimonio culturale consolidato, né tantomeno dalla possibilità di essere costruito con le nostre stesse mani. Ma come esperienza che la vita ci può regalare, ben al di là dello “schema” in cui il sistema culturale ci spinge a restare, e che ci può aprire all’inatteso che speriamo.

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