Ero in autobus, domenica sera: radio accesa per ascoltare la cronaca della finale di Coppa Italia. Si tornava da Campobasso; eravamo stati al Concorso Nazionale di Musica per le orchestre scolastiche, contenti e orgogliosi per il primo premio dato all’orchestra del Liceo di Ceccano. All’improvviso le notizie, o meglio le non notizie dall’Olimpico: un morto, due morti, una sparatoria, un fioraio che spara per difendersi, e intanto la cronaca di ciò che avveniva nello stadio, fumogeni, petardi, tifosi in minaccioso silenzio da lutto a presagire chissà quali incombenti violenze: un Paese intero bloccato dalla tifoseria di una squadra. E vai a cercare su internet qualche altra notizia: tutte le agenzie concentrate su Roma e sui fatti delittuosi che nessuno è in grado di raccontare. Ci narrano di trattative fra la Polizia e i tifosi.Allo stadio c’è anche il presidente del Consiglio, quello del Senato: la quarta e la seconda autorità della Repubblica, anche essi ostaggi della tifoseria organizzata che finalmente concede che si
giochi. Entrano i raccattapalle. Si comincia con l’Inno Nazionale, sonoramente fischiato da quella curva che poi ripiomba in un minaccioso silenzio fino al gol liberatorio. A quel punto il tifoso smette i panni del lutto per prendere le ali della Nike. E mentre sono diviso tra l’indignazione di una Repubblica ostaggio di un signore soprannominato a’ carogna e il ridicolo della sufficienza di un gol per far passare tutto, penso invece a quanto i media ignorino l’Italia vera, quella, ad esempio, di 50 scuole, con i loro insegnanti e i loro giovani musicisti che si sono ritrovati a Campobasso per gareggiare sportivamente, senza insulti, violenza, sfidandosi invece in una competizione di bellezza ed impegno, in nome dell’arte musicale: questa Italia, l’Italia della bellezza, della musica, della poesia, dell’impegno, della dedizione, del senso del dovere, non la racconta nessuno. Ma la verità è invece: Campobasso batte Roma 50 a 0, checché ne dicano le televisioni.
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