La morte? Credo in un abbraccio tra cielo e terra


di Marco Pappalardo

caramadNella scuola cattolica in cui insegno, all’inizio della giornata prego insieme ai miei alunni; con molta libertà non tutti lo fanno, alcuni sussurrano, altri sostengono con voce più alta, quasi tutti invece recitano “L’eterno riposo”. C’è qualcosa che scatta nel cuore di questi adolescenti in quel momento, che mi commuove ogni volta perché ha a che fare con la sfera più intima, quella dei ricordi, degli affetti più cari, con la memoria, con la tradizione. Sembra che l’unico legame fra cielo e terra passi attraverso una vita che non c’è più, ma che è viva nei sentimenti dei ragazzi, tanto presente che riesce a far pregare anche chi normalmente non lo fa.

Sarà poco, eppure per me è un piccolo grande miracolo! Sì, perché quando approfondisco l’argomento con loro – per esempio mentre si parla della festa dei Santi e del ricordo dei defunti in relazione ad Halloween – vengono fuori domande come queste: «Prof, come si fa a parlare di vita e di speranza, quando una persona a cui vuoi bene muore?». Che può dire un Prof? Davvero poco, ma di certo può ascoltare in silenzio, finché un altro ragazzo dice: «So che vuol dire soffrire per questo e la morte va chiamata con il suo nome, però anche la vita ha un bel nome che va gridato con coraggio». Mentre si cercano le parole giuste, parole che non si troveranno facilmente, ecco che un altro afferma: «Non dobbiamo avere paura di piangere né di chiedere a Dio il perché della morte di una persona cara, anche questo è pregare, anzi è credere con più forza».

Quando si affrontano questi temi, è bene non dare soluzioni preconfezionate e, appena possibile, faccio vedere la fine del film «La sposa cadavere» di Tim Burton. Quando i morti ritornano sulla terra, uno spirito si muove verso un gruppo di vivi che scappano per la paura, ma un bambino solo resta lì con meraviglia, si avvicina e dice “Nonno?”; un attimo di esitazione, poi lo spirito lo riconosce e l’abbraccia. «Prof. ho capito – interviene una voce dal fondo – questo è il senso del ricordo cristiano dei defunti: non si deve avere paura, anzi bisogna abbracciare la morte con la vita».

Citando una riflessione del blogger “Berlicche”, dico alla classe: «È proprio vero, il cristianesimo dice un’altra cosa. Che non occorre avere paura dei morti o della morte. Che la vita è un passaggio, che la fine di questa vita è l’inizio di un’altra; e che chi muore sarà ritrovato. Il luogo delle sepolture diventa il campo-santo, il campo dove sono seminati i santi che erano i nostri antenati, i nostri nonni, i nostri padri e madri, in attesa del nuovo germoglio». È per questo che nella nostra tradizione si fa festa e non si va neanche a scuola!

Dunque Halloween o festa dei santi e ricordo dei defunti? Scrive Elio Dotto: «La festa di Halloween nutre diffidenza nei confronti dei morti: come se il ricordo dei defunti – ma soprattutto il pensiero della morte – dovesse essere “alleggerito”. (…) Certo, la morte non è un discorso che rallegra. Eppure, pensiamo alla nostra tradizione cristiana che nei primi giorni di novembre ci fa pellegrinare da un cimitero all’altro, sulle tombe dei nostri cari: in tale circostanza la morte non fa più paura. Infatti, il ricordo dei morti si impone sulla minaccia della morte: al punto che noi ripensiamo volentieri alle persone che ci hanno lasciato e ricordiamo con affetto il loro volto, il sorriso, la generosità, le fatiche! Nella festa cristiana dei santi la morte non fa più paura, perché il ricordo della vita è più forte, nonostante tutto».

 

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