Annibaldo nella Treccani


Il Dizionario Biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Treccani dedica un approfondito profilo ad Annibaldo IV de Ceccano:

CAETANI, Annibaldo (Annibale)

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 16 (1973)

di Bernard Guillemain

CAETANI, Annibaldo (Annibale). – Figlio di Berardo [II] (morto nel 1321) e di Perna Caetani Stefaneschi, il C. apparteneva alla famiglia dei conti di Ceccano (città a otto chilometri da Frosinone, a metà strada tra Napoli e Montecassino); suo nonno paterno era Annibaldo [I] (m. 1310) signore di Ceccano, sua nonna materna Costanza Caetani Stefaneschi, figlia di Perna Orsini e pronipote di Giovanni Caetani Orsini, papa col nome di Niccolò III. Il C. aveva dunque per antenati sia dei Caetani sia degli Orsini. Ebbe sei fratelli e sorelle: Giacomo (1299-1363), Niccolò (1299-1363), Tommaso, Iacobella, Francesca e Ceccanese. Il cognome della madre venne aggiunto al suo nome, cosicché egli fu comunemente conosciuto come Caetani di Ceccano.

Fu dapprima canonico a Parigi e il 20 ag. 1320 partecipò nella città francese alle esequie del cardinale Michel du Bec;

foto di Peppino Diana

cinque anni più tardi svolse le funzioni di arcidiacono di Arras, come risulta da una lettera del vescovo di Parigi Etienne de Bourret del 14 febbr. 1325 (Du Boullay, IV, p. 204). Già allora godeva di grande fama come professore: fu infatti teologo stimato, proviseur della Sorbona, e svolse un ruolo importante nella riabilitazione della dottrina tomistica, tanto che il vescovo de Bourret nella sua qualità di primo delegato della facoltà di teologia, su esortazione del C., tolse tutte le condanne formulate dai suoi predecessori sull’opera dell’Aquinate (14 febbr. 1325).

L’anno seguente fu eletto arcivescovo di Napoli (5 maggio 1326). Giovanni XXII infatti apprezzava “la sua elevata cultura e la maturità dei suoi consigli” e desiderava affidargli incarichi di grande responsabilità. La benevolenza del pontefice nei suoi confronti non si limitò a questo: il 18 dic. 1327 infatti gli conferì il cappello cardinalizio col titolo presbiteriale di S. Lorenzo in Lucina e nel dicembre 1332 lo nominò vescovo suburbicario di Tuscolo.

Il favore del pontefice non si arrestò lì e il C. ottenne numerosi benefici: oltre al canonicato di Parigi e all’arcidiaconato di Arras egli ebbe la prepositura di Deventer in Olanda; un canonicato e una prebenda a Tebe (10 dic. 1329); il canonicato e la prebenda di Henstridge nella chiesa di Wells (29 genn. 1330), che cambiò con la chiesa di East Grinstead nella diocesi di Chichester (25 ag. 1331); un canonicato a Chichester (16 giugno 1331); l’arcidiaconato di Buckingham, in cambio di un beneficio nella diocesi di Tours (7 luglio 1333); un canonicato a LincoIn (lo stesso giorno); l’arcidiaconato di Nottingham. Benedetto XII si dimostrò ugualmente favorevole nei suoi confronti ed egli poté accrescere ancora il numero dei suoi benefici, facendone partecipi anche i suoi familiari e quei sacerdoti, cappellani e procuratori che gli erano particolarmente vicini.

Le sue risorse economiche gli permisero di vivere con sfarzo: una delle più note manifestazioni della sua magnificenza, tramandataci da un testimone, fu il ricevimento offerto nel 1343 in onore di Clemente VI in una villa nei pressi di Avignone. La sua munificenza s’esprimeva volentieri nel mecenatismo. Verso il 1340 infatti fece decorare con affreschi il timpano del portale principale della cattedrale di Notre-Dame-des-Doms da Simone Martini e la tradizione vuole che egli sia rappresentato nella lunetta in ginocchio ai piedi della Vergine.

Il C. fu generoso anche verso i religiosi e in remissione dei suoi peccati fondò a Gentilly, nei pressi di Sorgues, un monastero per i celestini, ai quali donò anche, in possesso perpetuo, vigne, prati, il diritto a riscuotere il census e alcune case che aveva acquistato per loro a Sorgues ed Avignone.

Ma egli non fu soltanto un principe munifico. Intervenne attivamente anche nel governo della Chiesa. Prese parte ai conclavi che elessero Benedetto XII (20 dic. 1334) e Clemente VI (7 maggio 1342). In seguito all’elezione di quest’ultimo, fu incaricato, assieme al cardinale Raymond de Fargues, di informarne Edoardo III d’Inghilterra e di assicurargli che la nomina del papa (risultato di un conclave durato tre giorni) era stata ottenuta “solo per intervento divino”. Questa lettera si collocava nell’ambito dell’azione svolta dai cardinali per porre fine alla guerra tra la Francia e l’Inghilterra.

In qualità di maestro in teologia il C. partecipò alle controversie teologiche che caratterizzarono gli ultimi anni del pontificato di Giovanni XXII, svolgendo un ruolo importante soprattutto nelle discussioni sulla questione della visione beatifica.

è noto infatti che nell’autunno del 1331Giovanni XXII difese nuove teorie sulla visione beatifica riprendendole in seguito con insistenza nei sermoni dell’Ognissanti e dell’Epifania (5 genn. 1332).Numerosi cardinali, che li avevano sentiti, rimasero sorpresi ma rifiutarono di pronunciarsi; il C. invece fece circolare un memoriale favorevole alla tesi pontificia e ciò gli valse ancor più la fiducia papale. Ma le cose non si arrestarono a questo punto.

Il 3 genn. 1333 un frate predicatore inglese, Thomas Waleys, cappellano del cardinale domenicano Matteo Orsini, durante una predica nella chiesa dei domenicani ad Avignone, pur senza nominare nessuno, confutò le 8 “ragioni” addotte dal C. nel suo memoriale. Alle testimonianze favorevoli tratte dai Padri della Chiesa e dai filosofi, che erano state addotte dal C., il Waleys oppose testi che affermavano il contrario e accusò il C. di voler accattivarsi la benevolenza dell’anziano pontefice. La predica suscitò una viva emozione e il frate inglese fu deferito all’Inquisizione e arrestato. Il re di Francia Filippo VI protestò immediatamente. Il C. allora, per cercare di calmare gli animi, ottenne che uno dei suoi cappellani, il benedettino Francesco Christiani, monaco del priorato di La Charité-sur-Loire, potesse salire sul pulpito domenicano. Quest’ultimo tentò di giungere ad un accomodamento, ma non ottenne alcun successo.

Il papa, d’altro canto, s’intestardì: egli credeva sinceramente di essere nel giusto e che, col tempo e la riflessione, egli avrebbe finito per vincere. Permise così l’accesso all’università di Parigi al teologo e frate minore Arnaud de Clermont (di cui doveva conoscere bene le opinioni) il quale ne approfittò per ristampare di nuovo, proprio nel cuore del Regno di Francia, tutta l’argomentazione pontificia. La ricompensa non si fece attendere e al frate venne concesso il vescovato di Tulle e il grado di dottore in teologia (10-11 sett. 1333). Giovanni XXII ricorse ancora al consiglio dei teologi più accreditati, tra i quali era il celebre Durand de Saint-Pourcaffi, vescovo di Meaux, ma questa nuova consultazione non gli fu favorevole. Il filosofo domenicano, conosciuto per la sua indipendenza, gli rispose inviandogli un trattato De visione Dei quam habent animae sanctorum ante judicium generale che sviluppava la tesi diametralmente opposta a quelle del pontefice. Giovanni XXII reagì immediatamente affidando l’esame del trattato ad una commissione di teologi, che aveva contemporaneamente anche l’incarico di riprendere in considerazione il caso Waleys.

Alla testa di questa commissione fu messo il Caetani. Le discussioni, nelle quali il C. intervenne a più riprese, si conclusero con un giudizio unanime di condanna. Richiesti di esprimere la loro opinione secondo coscienza, tutti dichiararono erronee cinque proposizioni contenute nel trattato del vescovo di Meaux e cinque articoli del teologo inglese. Nell’ultima riunione, inoltre, tutti i membri della conunissione, eccetto uno, furono del parere che il sostenere ostinatamente una o più di queste tesi avrebbe costituito eresia.

Ma il papa cominciò ad avere dei dubbi sulla sua convinzione e ordinò al C. di fornirgli argomenti più precisi. Fu così sentito il parere del cardinale Jacques Fournier: l’insigne teologo diede un giudizio meno severo degli articoli censurati del vescovo di Meaux, mostrandosi addirittura d’accordo con l’accusato per quanto riguardava la sua tesi generale. Il domenicano Armand de Belvezer, maestro del Sacro Palazzo, interpellato a sua volta, espresse un parere ancora più divergente rispetto a quello della commissione. In appendice alla sua opera, inoltre, Armand de Belvezer procedette a una riabilitazione di s. Tommaso, affermando che gli argomenti del domenicano Waleys erano conformi al pensiero tomista, facendo leva così sull’atteggiamento favorevole del C. per questa dottrina. Ben presto altri teologi si dichiararono del suo stesso parere e i loro scritti insinuarono sempre più il dubbio nell’animo del papa, tanto che questi, il 28dic. 1333 invitò tutti i prelati della Curia a dibattere la questione in concistoro; nonostante le sue insistenze tuttavia nessuno volle impegnarsi in questo senso. A mano a mano che la propria fine si avvicinava, il papa vedeva così venir meno le sue ultime convinzioni sulla visione beatifica.

Il 3 dic. 1334, alla vigilia della sua morte, Giovanni XXII fece la ritrattazione finale: lucido e calmo dettò il proprio testamento in presenza dei cardinali (tra costoro c’erano oltre al C. lo zio del C., Giacomo Stefaneschi e suo cugino Matteo Orsini). Lo stesso C., al capezzale del pontefice, lesse la ritrattazione. Di fronte alla volontà papale, esplicitamente manifestata, il C. non insistette e anzi il 21 genn. 1335 comunicò al nuovo papa, attraverso l’abate di Casamari, che egli aderiva su questo punto interamente all’insegnamento della Chiesa.

Ci si può chiedere se egli sia stato l’ispiratore di Giovanni XXII; secondo il suo ultimo biografo, il p. Dykmans, è difficile formulare una risposta definitiva. Tutto quello che si può affermare è che il papa trovò in quest’antico professore di teologia un collaboratore compiacente, il presidente più adatto delle commissioni teologiche che difesero le sue convinzioni sulla visione beatifica. Si può assicurare, inoltre che il C. fu il promotore degli studi che contribuirono a far evolvere il pensiero del pontefice per convincerlo infine dei suoi errori. In ogni caso è certo che il suo ruolo nella storia della teologia del tempo di Giovanni XXII fu assai importante. Conosciamo male la posizione del C. nella controversia sulla povertà. è noto soltanto che egli era presente all’abiura solenne di Francesco di Ascoli, compagno di Michele di Cesena.

In diverse circostanze il C. fu incaricato di missioni pohtiche di estrema importanza. Il 31 maggio 1342 fu inviato come legato presso i re di Francia e di Inghilterra col compito di riconciliarli in vista della crociata progettata dal papa. A questo scopo aveva ricevuto i poteri più estesi ed era accompagnato da Pierre Desprès, vice-cancelliere della Chiesa e cardinale vescovo di Palestrina. Inizialmente il re Edoardo sembrava ben disposto e la missione dei due cardinali ben avviata: due rappresentanti del sovrano inglese, Guglielmo di Norwich, decano di Lincoln, e Giovanni d’Offord, arcidiacono d’Ely, si trovavano presso il re di Francia Filippo VI; gli inviati papali si incontrarono per primi con quest’ultimo, il quale mostrò un atteggiamento conciliante, acconsentendo a concludere la pace a condizione che Edoardo III rinunciasse alle sue pretese sulla corona francese. Ma a questo punto il re d’Inghilterra interruppe le trattative. Ritenendo che i legati si attardassero troppo a lungo e favorissero quindi il suo rivale, il re impedì ai legati il passaggio della Manica e dichiarò altezzosamente che tra breve si sarebbe recato egli stesso a visitare il suo regno di Francia. Non restò altro da fare che cercafe di limitare quelle ostilità che non era stato possibile impedire. I legati si adoperarono immediatamente presso i Fiamminghi, il duca di Brabante ed il conte di Hainaut, ottenendo su questo piano un considerevole successo diplomatico, tanto che al loro ritorno Clemente VI li accolse favorevolmente e pronunciò un discorso in loro onore (Paris, Bibl. Sainte Geneviève, ms. 240, f. 60r). Cinque anni più tardi (1347) il C. fa incaricato di un’altra missione presso il re di Francia ed al suo ritorno il papa l’accolse nuovamente con un discorso in cui parlò lungamente del viaggio che il cardinale aveva appena effettuato (ibid., f. 449r).

Il 13 genn. 1349 il C. partì per la Lombardia donde raggiunse Roma nei primi giorni del 1350 con l’incarico di presiedere ai festeggiamenti per il giubileo e di sorvegliare l’attività di Cola di Rienzo. Il giubileo del 1350 attirò a Roma una folla immensa e ciò pose immediatamente al rappresentante papale dei gravi problemi; egli aveva ricevuto per l’occasione poteri straordinari, come il diritto di abitare nel palazzo pontificio, di usare il cerimoniale riservato al papa, di giudicare senza appello le città, le nazioni ed i principi, di conferire dignità e cariche e di creare cavalieri. Non tardò ad usarli. Dal momento che diveniva sempre più difficile poter alloggiare i pellegrini e tutto era a prezzo d’oro così che molti si arricchivano scandalosamente, il C. disse di voler ridurre ad otto giorni (ed in alcuni casi addirittura ad uno solo) il soggiorno dei pellegrini, suscitando così la reazione della popolazione, già in urto nei suoi confronti per la sua origine campana. Scoppiarono degli incidenti che per poco non provocarono una tragedia. Mentre il C. si recava da S. Pietro a S. Paolo per ottenere egli stesso l’indulgenza rimase vittima di un’attentato: due frecce furono tirate contro di lui da una casa. La prima non lo toccò, ma la seconda si infilò nel suo cappello. Fu aperta immediatamente una inchiesta severa che tuttavia non portò a risultati precisi: si pensò che la responsabilità fosse di Cola di Rienzo che cercava in quel momento di rientrare a Roma, con l’aiuto del re di Boemia. Vennero prese allora misure ancor più rigorose nei suoi confronti, per impedire la sua riapparizione in città.

Poco dopo il C. lasciò Roma, sia perché ormai non era più sicuro in città, sia perché doveva recarsi nel suo arcivescovado di Napoli e nelle Puglie per condurre un’inchiesta sulla desolante situazione di quella regione. Visitò di passaggio il feudo della sua famiglia, Ceccano, e Montecassino; si diresse poi verso San Germano. Il 17 luglio 1350 (0 secondo altri nel mese d’agosto) morì improvvisamente nei pressi di questa ultima città. Il suo corpo fu portato a S. Pietro a Roma, doye fu sepolto. Un testamento datato 13 ag. 1348 regolava la sua successione (Avignon, Arch. dép. Vaucluse, H, Célestins de Gentilly, n. 6).

Fonti e Bibl.: H. Denifle-E. Chatelain, Chartularium universitatis Parisiensis, II,Paris 1889, n. 910, p. 753; Clément VI, Lettres closes, patentes et curialesa cura di E. Déprez e G. Mollat, Paris 1901-1961, nn. 94-153, 166, 176; Benoît XII, Lettres communes, a cura di J.-M. Vidal, Paris 1903-1911, I, nn. 3795, 3876, 3943; III, p. 12; Jean XXII, Lettres communes, a cura di G. Mollat e G. de Lesquen, Paris 1904-1947, ad Indicem; Suppliques de Clément VI (1342-1352), a cura di U. Berlière, Bruxelles-Rome 1906, p. 719; Lettres de Jean XXII (1316-1334), a cura di A. Fayen, Bruxelles-Rome 1908-1912, I, p. 632; II, p. 774; Lettres de Benoît XII (1334-1342), a cura di A. Fierens, Bruxelles-Rome 1910, p. 4.59; Suppliques d’Innocent VI (1352-1362), a cura di U. Berlière, Bruxelles-Rome 1911, p. 803;Lettres de Clément VI (1342-1352), a cura di P. van Isaker e U. Berlière, I, Bruxelles-Rome 1914, p. 751; suppliques d’Urbain V (1362-1370), a cura di A. Fierens, Bruxelles-Rome 1924, p. 711; U. Berlière, Les Collectories pontificales dans les anciens diocèses de Cambrai, Thérouanne et Tournai au XIVe siècle,Bruxelles-Rome 1929, p. 350; E. Göller, Die Einnahmen der apostolischen Kammer unter Johann XXII.(1316-1334), Paderborn 1910, p. 695; H. Schäfer, Die Ausgaben der apostolischen Kammer unter Johann XXII. (1316-1334), ibid. 1911, p. 823; E. Göller, Die Einnahmen der apostolischen Kammer unter Benedikt XII.(1334-1342), ibid. 1920, p. 252; L. Mohler, Die Einnahmen der apostolischen Kammer unter Klemens VI. (1342-1352), ibid. 1931, p. 646; H. Schäfer, Die Ausgaben der apostolischen Kammer unter Benedikt XII. Klemens VI. und Innocenz VI. (1335-1362), ibid 1914, p. 829; Robert d’Anjou, La vision bienheureuse, a cura di M. Dykmans, Roma 1970, ad Indicem;C.Du Boullay,Historia universitatis Parisiensis, IVParis 1666, p. 204; Vita di Cola di Rienzo, a cura di Z. Re, Firenze 1854, pp. 105-114; C. Douët d’Arcq, Collection desceaux,II, Paris 1863, n. 6183; Bruyère, Les Célestins à Gentilly près de Sorgues, Avignon 1873; E. Casanova, Visita di un papa avignonese a suoi cardinali, in Archivio della Soc. romana di storia patria, XXII(1899), pp. 371-381; E. Déprez, Les préliminaires de la guerre de Cent ans, Paris 1902, pp. 397 s.; Id., La guerre de Cent ans à la mort de Benoît XII. L’intervention des cardinaux avant le conclave et du pape Clément VI avant son couronnement (25avril-19 mai 1342), in Revue historique, LXXXIII(1903), pp. 58-76; A. Wenck, Die Ertränkung eines päpstlichen Boten durch die von Löwenstein zu Fritzbar und Kardinal Annibal Ceccano, in Zeitschrift des Vereins für hessische Geschichte und Landeskunde,XXVII (1903), pp. 251-259; E. Rodocanachi, Le premier jubilé de 1350, in Etudes historiques, Paris 1912, pp. 153-164; K. Burdach, Briefwechsel des Cola di Rienzo,II4, Berlin 1928, nn. 48, 50-52, pp. 126-130, 137; E. Déprez, La conférence d’Avignon (1344).L’arbitrage pontifical entre la France et l’Angleterre, in Essays in medieval history presented to Thomas F. Tout, Manchester 1925, pp. 301-320; G. Caetani, Caietanorum genealogia, Perugia 1920, tav. LXVIII; Id., Domus Caietana, ISan Casciano Val di Pesa 1927, p. 279; E. Baluze, Vitae paparum Avenionensium, a cura di G. Mollat, II, Paris 1928, pp. 257-259; B. Guillemain, La cour pontificale d’Avignon (1309-1376).Etude d’une société, Paris 1962, pp. 62, 66, 190 s., 202; G. Mollat, Le jubilé de 1350, in Journal des savants (1963), pp. 191-195; M. Dykmans, A propos de Jean XXII et Benoît XII. La libération de Thomas Waleys, in Archivum historiae pontificiae, VII (1969), pp. 115-129; Id., Le cardinal Annibal de Ceccano et la Vision béatifique (1331-1336), in Gregorianum, L (1969), pp. 343-381.

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