Referendum, l’importanza del quinto Sì


Ospitiamo volentieri un intervento di Sofia Ferracci, ex allieva del Liceo di Ceccano, oggi quadro d’azienda, nell’ambito del dibattito sui referendum

In queste settimane di campagna referendaria, tra appelli impliciti all’astensione da parte della premier Meloni e richiami da parte di AGCOM per il poco tempo dedicato all’informazione, si è parlato ancor meno e male del quesito forse più concreto e immediato: quello che propone di ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza necessario per richiedere la cittadinanza italiana – a cui si sommano fino a tre anni di tempo per la lavorazione della domanda.

Mentre una parte della politica dichiara di andare a votare “4 Sì e 1 No”, bisognerebbe fare un passo indietro per ricordare che quanto proposto non è un’innovazione radicale, ma un adeguamento a quanto già fanno gli altri due Paesi europei membri del G7 (Francia e Germania) dove bastano cinque anni di residenza nel Paese per accedere alla cittadinanza, a patto, ovviamente, di avere un reddito, conoscere la lingua e non avere commesso reati. In passato, anche l’Italia prevedeva gli stessi tempi: prima del 1992, bastavano 5 anni di residenza per ottenere la cittadinanza.

Chi spinge per il No sostiene che in Italia “si danno già troppe cittadinanze” e si appella al primato europeo per numero di cittadinanze concesse negli ultimi due anni. Ma guardando i dati, scopriamo che delle oltre 213.000 cittadinanze rilasciate nel 2023, solo 80.000 sono state concesse per residenza. Le altre sono legate a figli minori e a discendenti di italiani emigrati all’estero, quest’ultima la categoria maggiormente in crescita se si guarda alla variazione percentuale rispetto agli anni precedenti e su cui l’attuale governo ha già posto dei limiti riducendo i livelli di discendenza per i quali si può ottenere la cittadinanza italiana.

Nel frattempo, mentre si discute di chi merita o meno di “diventare italiano” e si fa a gara per ridurre la platea di potenziali nuovi Italiani, il Paese continua a perdere giovani, a invecchiare, a svuotarsi: secondo le proiezioni Istat, di questo passo nel 2050 l’Italia perderà 4,5 milioni di residenti.

Eppure, ci sono centinaia di migliaia di persone vivono già qui da anni: parlano italiano, lavorano, pagano le tasse. Sono parte integrante della nostra società, spesso occupandosi di lavori essenziali che altrimenti nessuno farebbe: basti pensare che gli immigrati rappresentano il 10% della forza lavoro complessiva, ma arrivano al 70% in settori come il lavoro di cura.

Ridurre i tempi per ottenere la cittadinanza significa permettere a questi cittadini di fatto di esserlo anche di diritto. Significa consentire a tante e tanti giovani di partecipare pienamente alla vita pubblica: fare l’Erasmus, partecipare a concorsi pubblici, servire il Paese nelle forze armate. Rendere più difficile la vita di queste persone non è patriottismo, ma un danno per il nostro Paese.

Sofia Ferracci


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