La bolla di Natale


Un interessante contributo degli psicologi dell’Associazione Festival Psicologia sugli effetti del natale 2020

 Dire che discutere sul cenone è una cosa stupida e assurda, non tiene conto di un assetto affettivo e simbolico che ci appartiene profondamente

Photo by Dids on Pexels.com

Questa volta non siamo arrivati troppo impreparati: il Dpcm sui comportamenti da tenere durante le festività natalizie ha confermato un andamento che era stato già annunciato dalla divisione delle regioni in fasce di sicurezza. Il dibattito sul cenone di natale e sulle vacanze sulla neve sta tenendo banco, ma con meno passione rispetto al dibattito di questa estate sull’apertura delle discoteche o sulle modalità di ripresa delle scuole. 

Probabilmente ci stiamo via via desensibilizzando alle novità che il coronavirus sta portando nelle nostre vite, probabilmente si sta rinforzando quel senso di responsabilità collettiva che sembra essere, sul fondo, l’unico vero antidoto alla diffusione del virus.

Senz’altro, l’apparato canonico delle attività rituali che di norma ci coinvolgono intorno al natale oscilla tra conferma delle tradizioni e nuovi comportamenti, con sintesi a volte paradossali. Non si sta rinunciando allo shopping consueto per i regali, ad esempio, le strade associate agli acquisti continuano ad essere sovraffollate; le chiese si stanno attivando per garantire sicurezza durante le messe, con le ipotesi di anticipo della tradizionale celebrazione di mezzanotte e gli inviti a seguire le messe in streaming; si potrà pranzare insieme il 25, ma con un nucleo molto ristretto di convitati, quindi in un assetto davvero poco consueto per il nostro immaginario.

L’Unione Europea continua a raccomandare comportamenti responsabili, si insiste sulla bolla, questo nuovo contesto minimale delle relazioni affettive, che costella l’immagine del luogo sicuro, un nuovo ossimoro: l’isolamento permeabile. 

Come sarà, dunque, passare a natale dalla grande famiglia tradizionale alla bolla sociale?

Innanzitutto c’è da dire che noi veniamo dalla polemica intorno ai congiunti esplosa a fine aprile, con la necessità di chiarimenti successivi e con il punto di arrivo di considerare congiunti gli “affetti stabili”. Questo passaggio, lontano dall’essere esclusivamente una nota di colore, ci racconta di una cultura che, senza note a piè di pagina o faq interpretative, considera le relazioni essenziali quelle sancite da legami di parentela.

Quindi le restrizioni previste per il giorno di natale ci offrono un panorama davvero inedito. Tra quelli che non possono spostarsi per raggiungere le famiglie d’origine fuori comune o regione e chi si interroga ancora più profondamente su quali siano gli affetti stabili a cui promettere comportamenti responsabili ed esclusivi, il Covid sotto natale esaspera la riflessione sull’intimità e sul senso di comunità. La seconda ondata ha portato anche questo: chi si ammala non è esclusivamente o soprattutto la persona anziana e ospedalizzata, chi si ammala è potenzialmente chiunque.

Questa evidenza, insieme al fatto che non siamo più psicologicamente in una fase di choc, la cui reazione difensiva immediata e naturale è la negazione, ci ha portato genericamente a considerare l’esperienza del rischio più vicina, più possibile. E ci porta, quindi, a muoverci in maniera diffusamente più adulta e responsabile. In questo strano natale, ci capiterà di trascorrere la sera del 24 solo in coppia, o il pranzo del 25 solo con i genitori, o il capodanno solo con due amici fraterni con cui si è condivisa l’esperienza della quarantena. Non si tratta, quindi, soltanto di rinunciare al cenone di natale, con le voci di chi si indigna per l’insistenza su un falso problema. Si tratta di ritramare il senso dei propri rapporti affettivi, di accedere ad una nuova simbolizzazione e a una nuova significazione di un contesto tutt’altro che nuovo. L’esito affettivo non è scontato. Per tutti.

Qui il nostro approfondimento su chi, per necessità e non per scelta, passerà il natale lontano dalla famiglia d’origine.

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