Che l’Italia appaia, agli occhi di quasi tutti i nostri partner europei, come un Paese ‘familistico’ è indubbio: infatti non solo in Italia la famiglia continua a ‘tenere’ (anche se la costante diminuzione dei matrimoni che si verifica ormai da diversi anni costituisce un segnale che non può essere trascurato), ma ‘tengono’ soprattutto alcuni indicatori sociali rilevanti, che ci differenziano soprattutto dai Paesi dell’Europa non mediterranea.
Citiamone alcuni. In primo luogo la solidarietà che deriva dalla forza oggettiva che gli italiani attribuiscono ai vincoli di parentela, che rende nel nostro Paese la famiglia la prima agenzia di collocamento per i giovani in cerca di lavoro (con tutte le deformazioni del caso, che conosciamo benissimo e per le quali si è inventato il termine, sgradevole ma efficace, di ‘parentopoli’). In secondo luogo la coabitazione prolungata (e spesso economicamente inevitabile) tra figli ormai più che adulti e genitori, che produce un gravissimo ritardo nella formazione di nuove famiglie e un oggettivo disincentivo a mettere al mondo figli. In terzo luogo il diritto di famiglia italiano, che ‘scarica’ sui membri della famiglia doveri di assistenza che – ad avviso di alcuni – dovrebbero essere invece scaricati sullo Stato.
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