di Luigino Bruni
C’era una volta un uomo giusto di nome Giobbe, con molti beni, figlie e figli, benedetto da Dio e dagli uomini. Un giorno una terribile sciagura si abbatté su di lui e sulla sua famiglia, e quell’uomo accettò con pazienza il suo destino sventurato: «Nudo venni al mondo, nudo lo lascerò». Amici e parenti, saputa della sua disgrazia e conoscendo la sua giustizia, vennero da lui per celebrare il lutto, consolarlo e aiutarlo. Alla fine però fu Dio stesso a intervenire in suo favore, ridonandogli il doppio di quanto aveva perso, perché Giobbe si era dimostrato fedele e retto durante la prova. Era questa, o qualcosa di simile, la primitiva leggenda di Giobbe, nota in antico nel Vicino Oriente e nella terra d’Israele. L’autore del Libro di Giobbe partì da questa storia. Ne conservò i materiali e con essi scrisse il Prologo (Capp. 1-2) e l’Epilogo: «Il Signore ristabilì la sorte di Giobbe… Raddoppiò quanto Giobbe aveva posseduto. (…) Così possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe anche sette figli e tre figlie. Alla prima mise nome Colomba, alla seconda Cassia e alla terza Argentea. In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe» (42,10-15).
Scopri di più da Pietroalviti's Weblog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Lascia un commento