L’inutile strage, 100 anni dopo


logo centenariodi Marco Tarquinio, direttore di Avvenire

Cento anni fa in questo stesso giorno di maggio incominciarono a morire 1.240.000 italiani, 651.000 soldati e 589.000 civili, uomini e donne. E presero a moltiplicarsi le vittime tra i nostri “nemici” austroungarici: infine 1.567.000 morti, due terzi in divisa, 400.000 sul solo fronte italiano.
Da dieci mesi, dal luglio 1914, altri 34 milioni di europei (e di colonizzati dagli europei, e di loro alleati) avevano già preso a cadere uccisi o feriti sui campi di battaglia non solo militari della «Grande Guerra».
Conclusione del nostro Risorgimento, come c’è stato a lungo insegnato. Incubatrice e prologo del tempo oscuro dei totalitarismi nazionalisti e internazionalisti, della disumanità eretta a sistema di potere assoluto.

Principio del gigantesco e, di fatto, ininterrotto conflitto che nel corso del Novecento ha cambiato, sfigurato e ricomposto il volto del nostro continente e rivoluzionato gli equilibri mondiali.

Guerra spietata, come tutte, eppure persino più mostruosa. Fucina di orrori che non possono essere dimenticati e che pure si è tentato di occultare e negare, magari sublimandoli e distillandoli in pura retorica. Drammi dai quali ancora stentiamo a trarre una definitiva lezione di civiltà e pace.

Eppure è oggi chiaro che in questo stesso giorno di maggio, cento anni fa, l’Italia gettò se stessa nell’immane carneficina che papa Benedetto XV, il 1° agosto 1917, bollò come «inutile strage». Parola di padre e di profeta, capace di dare cittadinanza morale alle «aspirazioni dei popoli» e all’idea del «disarmo» come fonte di «vantaggi immensi» per persone e nazioni.

Tesoro di consapevolezza che decenni dopo, nel 1950, in un altro maggio, spinse il francese Schuman, il tedesco Adenauer e l’italiano De Gasperi – tre grandi statisti e cristiani che quella “visionaria” parola di pace avevano compreso e le tremende sciagure belliche sperimentato – a dar vita alla Comunità del carbone e dell’acciaio, embrione dell’Europa unita. E vennero settant’anni di pace, difficile ma sempre più vera. E venne la progressiva condivisione dei confini e delle “ricchezze” per cui ci si era massacrati nell’«inutile strage».

Questo è il pensiero di oggi. Il primo, accanto alla memoria di ogni vittima, senza distinzione di patria e di bandiera. Perché, come cantò Ungaretti «nel cuore nessuna croce manca». E nessun nome.

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