I circa 120 anni della storia dell’Occidente che stanno alle nostre spalle sono caratterizzati da un ricorrente attacco frontale della figura paterna. Il ‘nuovo corso’ è stato aperto dalla psicoanalisi di Sigmund Freud, nel momento in cui – attraverso il cosiddetto ‘complesso di Edipo’ – ha interpretato prevalentemente in negativo la figura paterna, in quanto detentrice di un potere supposto assoluto e tale da dar luogo a una sorta di ‘castrazione’ a danno di tutti coloro che volessero in qualche modo emanciparsi da essa (di qui il ‘complesso di Edipo’, come mescolanza di amore e di odio verso questa figura, cui, significativamente, non è mai corrisposto un parallelo giudizio negativo nei confronti nella figura materna). Con varie modalità Freud e la sua scuola hanno ipotizzato anche un possibile rapporto non conflittuale tra padre e figlio ma, nel suo insieme, la teoria freudiana va appunto nella direzione della ‘distruzione’, o almeno della rimozione, della figura paterna. Nella stagione che ha seguito la prima fase della psicoanalisi, importanti correttivi – per opera dei freudiani ‘non ortodossi’ e di altre correnti della psicologia – sono intervenuti nel senso di rivedere questo aspetto della teoria, soprattutto mostrando la positività e dunque le potenzialità innovative del conflitto, segnale di una contrapposizione fra generazioni non necessariamente e sempre gestita in modo conflittuale e dunque aperta alla ricomposizione e alla conciliazione. È per altro intervenuta, a partire dagli anni 40 del Novecento, una ripresa della teoria, in particolare con la Scuola di Francoforte e poi con le teorizzazioni di Alexander Mitscherlich, autore di un libro che fu una sorta di livre de chevet dei ‘barricadieri’ sessantottini, Verso una società senza padre (1963).
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