Non è più tempo di calcoli e alchimie geopolitiche. Le considerazioni strategiche su vinti e vincitori dinanzi l’ascesa in Iraq delle milizie jihadiste, lasciamole nei cassetti. Fino a pochi giorni fa, tanti analisti ritenevano che per i curdi la catastrofica sconfitta subita dalle forze armate di Baghdad contro i guerriglieri di Isis fosse una benedizione, ma ora anche i peshmerga, le sperimentate truppe curde, sono in rotta, e rischiano di perdere altro terreno. Contro questi qaedisti, più fanatici e crudeli della stessa al-Qaeda delle origini, contro questa lebbra che infetta il mondo islamico e deturpa il Medio Oriente, specie in Iraq e in Siria, è tempo oggi di fare chiarezza e di agire, uscendo dalla palude di ambiguità, scarso interesse e calcoli di convenienza.
Perché Isis – così come le altre formazioni salafite-jihadiste che insanguinano la Siria, la Libia e minacciano altri Stati nella regione – non rappresenta un attore geopolitico come i tanti che si sono contesi in passato e si contendono oggi il Medio Oriente, ma è un’infezione che distrugge le società con cui entra in contatto. Ovunque vadano, i seguaci dell’autoproclamato “califfo” al-Baghdadi seminano morte e terrore
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