di Davide Rondoni
Cosa è il sabato prima della resurrezione? Cosa se ne è fatto, Lui, il risorto, di questa pausa, di questa specie di vuoto nel tempo, prima di cambiare, uscendo dalla tomba, la direzione stessa del tempo? I teologi parlano dello strano viaggio che il morto avrebbe compiuto quel giorno. Giorno che però resta misteriosissimo. Prima di sferrare la Resurrezione come un cazzotto che abbatte colei, la Grande Antipatica, che si credeva la signora del tempo, la morte, o prima di germogliare, con la delicatissima potenza che hanno certi organismi gentili, quasi invisibili, che spaccano le pietre, perché c’è stato quel sabato? Forse Gesù l’ebreo voleva rispettare il comando del giorno di riposo? Oppure no, al contrario voleva definitivamente trasformarlo: non più il giorno del riposo, dell’astenersi, ma giorno dell’attesa, del tendersi. Quasi a rileggere, da quel sabato, l’intera storia del popolo del sabato. A cambiare di segno.
Si direbbe che per far diventare il sabato il tempo della vita promessa, il Sabato del Villaggio, il sabato sera con la febbre, per farlo diventare il momento magico, il più gustoso, il momento di «allora, dai che si fa stasera» detto con profumo appena sbattuto sulla rasatura o assestando una piega della gonna davanti allo specchio, ecco, per cambiare segno al sabato, Gesù ci sia dovuto scomparire dentro, sotto. Come certi meccanici di auto che spariscono, che lasciano la sigaretta sul banco degli attrezzi e si sdraiano sotto. Per lavorarlo, per modificare il motore del tempo. Il sabato, da quel sabato, è cambiato. È diventato il perno del cambiamento del tempo. Lo spazio che può introdurre alla Resurrezione. Che si va fuori, a cercare la vita. Come a dire che nel tempo nuovo introdotto da Gesù c’è il tempo della passione, ci sono i giorni del dolore e c’è il tempo della Resurrezione. Ma c’è anche il tempo della preparazione, il tempo in cui si attende. In cui non si sa bene come va a finire. Il tempo in cui capisci che non tutto dipende da te, e che se anche stai attendendo la gioia, ti sei messa la gonna migliore, hai scelto un buon locale, o se anche forse semplicemente guardi e fumi alla finestra, chi cambia il segno del tempo, chi può darti la gioia traversando tutti gli strati della morte, no, non è una cosa che crei tu stesso. Ma Uno che arriva.
Il sabato è il tempo del cambio di protagonista. Del: «ti aspetto», «dài, ma quando arrivi…», «sei tu la mia vita». Non più il tempo in cui la vita si ferma, si sospende. Ma in cui si mette in allerta, vita sentinella, protesa. Il sabato, in questo senso, non è più solo il momento tra il venerdì del morire e la domenica della resurrezione. Ma un segreto in ogni giorno. In ogni azione. Un sabato vibra dentro ogni lavoro che si fatica a fare, dentro ogni bacio, dentro ogni movimento in cui cerchiamo di raggiungere lei, la vita nella vita.
Un fotografo italiano, Giovanni Chiaramonte, dice che uno dei motivi per cui alcuni maestri della sua arte sono ebrei dipende dal fatto che in quella tradizione c’è il fermare il tempo, fermare l’attimo. L’antico sabato inteso come tempo speciale sottratto al tempo normale. Come nelle foto. Può darsi sia così. Ma allora noi che viviamo dopo Cristo e in Cristo (anche se fra un po’ vedrete cancelleranno questo modo di contare gli anni anche qui in Europa) siamo, per così dire, fuori dalla fotografia. Siamo nel cinema, nell’azione, o nella pittura, nella poesia, nella musica. Insomma siamo dove c’è il ritmo, o in foto dove non si cerca la sospensione del tempo, materia del ritmo. Noi, insomma, balliamo, siamo in ballo. C’è del sabato in ogni ritmo, anche in quello più sfrenato o basico. C’è il tempo che si protende per uscire dalla morte. Per questo ci piace ballare. Per uscire dall’immobilità, dai gesti obbligatori, dal rigore, e diventare noi stessi, ovvero libertà.
Senza il sabato prima della Resurrezione non c’è ritmo. Gesù è stato anche il grande musicista della vita. Ha fatto la battuta in levare. Ha messo la sua scomparsa, la sua sottrazione, anche il vuoto di lui, l’attesa di lui, sulla scena. La sua «assenza/ più acuta presenza» come scriveva Attilio Bertolucci, la «mancanza » che fa pieno il cuore descritta da Mario Luzi. Il sabato che dà ritmo al Bach che torna persino in film estremi recenti, alle architetture barocche, al battito in controtempo dell’hip-hop, al silenzio prima dell’attacco della pianista, tra le sue dita e nel suo cuore il golfo che si apre della vita.
Dacci oggi il nostro sabato quotidiano, verrebbe da dire. Per implorare il ritmo dell’attesa, dell’ad-tendere sempre. Ritmo di tendere a quel che è di là dal sabato stesso, di là dagli spazi vuoti del ritmo, verso un altro, come chiamarlo, ritmo sconosciuto, o vita salvata. Oppure chiamarla con il suo nome, dopo il sabato che ci sgomenta, dentro al sabato che verso di là tutto danza e si protende:Resurrezione.
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