Sarà anche vero che la Chiesa deve somigliare a quell’ospedale da campo sul finire di una battaglia: l’urgenza non sarà quella di controllare il colesterolo o gli zuccheri ma di medicare le ferite mortali, per far ripartire la vita della persona ferita. Com’è di un ospedale da campo così Francesco sogna la sua Chiesa. E’ un Papa che lentamente abbandona il sospetto d’essere un bravo “parroco di campagna” per mostrarsi sempre più agli occhi del mondo nella figura del condottiero, del leader che essendo tale avverte anche l’urgenza di pronunciare parole impopolari, di elaborare pensieri che nessuno forse vorrebbe sentirsi dire, di additare a quei sentieri di novità che sono il segno di una rinnovata fiducia verso Cristo e i suoi segreti percorsi nel cuore della storia. Lo fa usando immagini semplici, quotidiane, feriali in modo tale che nessuno possa dire che sono incomprensibili o astruse, difficili da capire per poi applicare. Parla di “odore del gregge”, di “ospedale da campo”, di “cristiani inamidati”, di “Dio spray”: ma si serve di tali immagini non tanto per spiazzare o far sorridere il mondo quanto per assicurare che il cristianesimo parla un linguaggio feriale, viaggia sulle strade dei quartieri, s’inabissa nel quotidiano della nostra storia. Di Francesco non vale il detto della rondine in primavera – “non basta una rondine a far primavera” -: la sua freschezza primaverile nasce dall’aver sperimentato che Dio ti cerca e ti trova sempre. Non te lo perdere, altrimenti sei perso. E’ questa la prospettiva: lasciarsi guardare da Lui.
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