E’ l’ultimo libro di Antonietta Tiberia, che in questi giorni viene presentato in diverse occasioni a Roma. Eccone l’avvertenza al lettore dell’autrice stessa
Questo non è un libro di Storia, con l’obbligo di essere politicamente corretto: è una raccolta di racconti, di facile lettura, vita vera di persone semplici che la storia l’hanno subìta e che sarebbero diventate “italiane” dieci anni dopo altre. È un libro costruito su ricordi personali accatastati nel tempo tra i vari comparti della mia memoria, nonché di foto e memorie private. Esso rappresenta la visione disincantata di una comune osservatrice incuriosita da tutto ciò che la circonda, e stimolata in modo particolare da quegli eventi fortuiti che si sono verificati negli anni.
Perché tutte le voci del passato, ciascuna a suo modo, ci restituiscono l’incanto e il sudore del tempo di ieri e dell’altro ieri. Un libro fatto per i ciociari ma non solo, nell’ottica della piccola scala, per raccontare tante piccole storie di paese e le trasformazioni della modernità, i grossi cambiamenti avvenuti negli ultimi centocinquant’anni scritto, con sentimento e ironia, per lasciare un ricordo e restituire scorci di una quotidianità rurale ormai tramontata, consentendo al lettore di avvicinarsi ai personaggi e alle loro storie, anche tristi, con il sorriso sulle labbra.
Storie di gente che tuttavia continua a mantenere le proprie radici nei riti e nei ritmi del passato: storie che ho raccolto, cercando poi di raccontarle nel modo più bello possibile. Non ho voluto realizzare un’opera per specialisti, ma soltanto ricordare gente che ho conosciuto e il modo in cui viveva. La voce è quella ipotetica di un ponte, all’epoca unico nel paese, e perciò testimone di tutti gli avvenimenti salienti. Sono inserite, all’interno, poche schede relative ad alcuni personaggi importanti, che la Storia l’hanno fatta, partendo proprio da questo paese. C’è anche un’appendice, per l’operazione nostalgia, dedicata alle tradizioni scomparse, attraverso ricordi personali, affiorati a volte guardando un oggetto d’altri tempi: per farle conoscere a chi non le sa (e ricordarle a chi le aveva accantonate in un angolo della memoria), per capire quanto esse siano intrecciate con, e debitrici a, diverse radici; come il nostro dialetto, debitore di parole e costrutti al latino, al francese, allo spagnolo, al “mericano”.
Per ricordare conservando il sentimento di appartenenza alla propria comunità. Se Navigare necesse est, come ci hanno insegnato gli antichi romani già da quando internet non era ancora apparso all’orizzonte, è meglio farlo con la bussola.
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