Il tuo salotto erano la strada e la scuola


di Alessandro D’Avenia

Don-Pino-PuglisiCaro 3P,

ti hanno fatto beato, anzi no, ti hanno proclamato beato, perché beato già lo sei. ‘Santo’: ti rendi conto?

Quando qualcuno ti diceva provo­catoriamente «monsignore» tu ri­spondevi con una colorita espres­sione palermitana: «A tto’ patri», «A tuo padre». Così, dalle nostre par­ti, si rimanda al mittente un’offesa. Non ti piaceva quell’epiteto, per­ché non facevi il sacerdote per ac­quisire cariche, ma per portare ca­richi, servire, sapevi che la parola sacerdote non ha gradazioni. È as­soluta.

E se ti avessero detto «santo», chis­sà come avresti reagito… Eppure o­ra te lo posso dire. Sei santo e la tua risposta scanzonata coglierebbe pure nel segno, perché il Padre no­stro è veramente l’unico a essere santo e noi siamo solo dei poveracci vestiti da re dal più grande stilista, che se veste così l’erba del campo figuriamoci l’uomo.

Camminiamo per strada, con i no­stri vuoti fisici e morali, con le no­stre debolezze, stanchezze, paure e dubbi, eppure siamo santi. Siamo santi tutti e non lo vogliamo capi­re, santi per immagine e somi­glianza, santi per grazia e vocazio­ne. Siamo tutti santi. I primi cri­stiani si chiamavano così fra loro: santi. Noi a queste cose non ci cre­diamo più, noi cristiani adulti di og­gi. Pensiamo che i santi siano solo quelli dei santini. Cose da bigotti. Invece i santi sono carne, ossa e fuoco.

Io ho avuto la fortuna di conoscer­ne di persona due, fatti di questi materiali. Il primo è stato Giovan­ni Paolo II. Il secondo sei tu. Lui e­ra un gigante e del gigante aveva la voce cavernosa. Tu eri piccolo e a­vevi la voce tenue. Lui veniva dal nord Europa, con i suoi occhi az­zurri come ghiacciai, tu venivi dal sud dell’Europa, con i tuoi occhi marroni come le scarpe che tuo pa­dre riparava. Non vi assomigliava­te affatto, eppure siete beati en­trambi. Come tutti, per vocazione, ma voi più di tutti, per risposta pie­na a quella chiamata, a quella gra­zia che è Fuoco. Averti conosciuto mi mette la san­tità a portata di mano e memoria. Eri lì nei corridoi della mia scuola e facevi lezione, e bene. Eri un santo, e nessuno lo sapeva, perché eri troppo ordinario. Credo neanche tu lo sapessi. Eppure avevi gli effet­ti sismici del santo: eri l’epicentro silenzioso di terremoti. Non si po­teva rimanere indifferenti, davi fuo­co alle braci. I santi sono questo: fuoco che fa ardere le braci che ab­biamo nell’anima, spesso sopite sotto la cenere della comodità, del­la noia, dell’incredulità. Causavi terremoti di libertà: fino a che non la tocchi e non te la mettono in ma­no, la libertà, te ne stai comodo e annoiato con la tua vita piccola e riempita di cose che si rompono. Da salotto. Il salotto è il contrario del santo. E infatti tu il salotto nean­che ce l’avevi. Avevi un letto, una cucina e poi libri, dappertutto. Ma ci tornavi solo la sera a casa, come quella sera del tuo compleanno in cui ti hanno sparato: dies natalis doppio il tuo, o unico, in your end is your beginning direbbe il poeta.

Il tuo salotto era la strada. La stra­da dove i ragazzi disfacevano le lo­ro vite, a Brancaccio, tra violenza, droga, ignoranza, prostituzione, spaccio, pizzo… E tu li prendevi u­no a uno e tra un calcio al pallone e uno nel sedere gli raccontavi che erano santi pure loro, perché figli e figlie del Padre e non del padrino. E loro, dall’inferno uscivano, alme­no alcuni, perché credevano a te e a come li guardavi, perché eri san­to e li guardavi con le pupille di Dio. Ti credevano perché un santo è u­no che ama e perdona come ama e perdona Cristo, e non ha tempo per sé come Cristo, come quel poster che avevi in casa, un orologio sen­za lancette con su scritto: tutto il tempo è per Cristo.

Il tuo salotto erano le classi delle scuole in cui hai insegnato fino al­la fine. Non hai mai voluto smette­re. Perché sapevi che quella era la cosa da fare per cambiare Palermo: cambiare i ragazzi.

E loro cambiavano perché eri santo e martire: vedevano come parlavi, come sorridevi, come raccontavi la Bibbia, come celebravi la Messa e la Confessione. Tu eri santo perché maneggiavi con cura le cose sante di Dio: uomini, donne e sacramenti. E uno non aveva più scuse, perché Dio c’era. Eri ordinario, come Cristo tra i suoi, lui un figlio di falegname, tu di calzolaio. Eppure chi ti passava accanto si sentiva più libero, mai giudicato, atteso sempre, mai incalzato, ma spinto a dare il meglio. La santità era a portata di mano, la potevi toccare: aveva la consistenza del tuo volto, delle tue mani, dei tuoi piedi. Del tuo fuoco.

Ora sei beato, caro 3P, e la santità è qualcosa di più abbordabile, tascabile quasi. Qualcosa che solo Dio può dare a chi non si chiude nel salotto, ma fa della strada il suo salotto. E la strada è lì dove Dio lo chiama: in ufficio, a scuola, al supermercato, tra i fornelli, allo sportello della banca, dietro un computer, al mare, in montagna, in centro e in periferia. Questo ti chiedo di ricordarci: che tutti siamo santi lì dove siamo, se solo non ci chiudiamo all’unica Beatitudine, l’unica possibile in queste vie del mondo così trafficate di uomini e donne che cercano la beatitudine con la minuscola, quella che una volta che l’hai afferrata è già perduta. La Beatitudine continua e infrangibile invece è lì a portata di mano. Così eri tu, per me. Così sei tu, adesso, per tutti. Grazie, caro amico e padre, martire dell’ordinario amore straordinario di Dio.

Una risposta a "Il tuo salotto erano la strada e la scuola"

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  1. i santi sono tra noi…….sforziamoci tentando di poter assomigliare a loro nel nostro piccolo!
    Antonella

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