Benedetta Verrini per http://www.famigliacristiana.it intervista lo psicanalista Uberto Zuccardi Merli, direttore scientifico del centro Gianburrasca, sulla teoria del gender
Da tempo imperversa nella pubblicità, nella moda, nell’industria dell’entertainment (dalla musica ai film), ora la tensione all’azzeramento del genere, come maschile e femminile, è sbarcato anche nell’educazione. Gli esempi dell’asilo Egalia in Svezia e di quello di Saint Ouen a Parigi, citati anche dai media italiani come modelli, raccontano di abolizione totale dei colori blu e rosa, oltre che di alcune celebri favole come Cenerentola, e dell’assunzione del pronome neutro per riferirsi indistintamente a bambini e bambine. L’industria del giocattolo spinge per universalizzare i consumi un tempo ritenuti retaggio dei soli maschi o delle sole femmine e anche l’industria della moda (che proprio nel settore dell’infanzia non conosce crisi: con un incremento del 9,8%, nel 2011 ha fatturato 2,6 miliardi di euro) esalta l’immagine “unisex” come già avviene per gli adulti. Ciò che separava o che definiva, anche linguisticamente, “ometti” e “donnine” è diventato “stereotipo sessista”.
«Le ragioni di questo nuovo orientamento educativo sono in qualche modo comprensibili, ma si tratta di una deriva che non può essere accolta positivamente», spiega a Famiglia Cristiana Uberto Zuccardi Merli, psicoanalista, socio fondatore, insieme a Massimo Recalcati, di Jonas Onlus e direttore scientifico del centro Gianburrasca, realtà che a Milano si occupa del trattamento dell’ansia, dell’iperattività e dell’insuccesso scolastico nei bambini e nei giovani adolescenti.
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