Europa, la seconda stagione


di Francesco Bonini

Buone notizie dunque sembrano finalmente arrivate dal consiglio europeo che ha chiuso il primo semestre 2012. Sotto la spinta di una emergenza ormai strutturale, si sono cominciate a prendere delle decisioni che dovrebbero portare a coordinare e mettere in sicurezza le politiche in Eurolandia a proposito del sistema bancario e del debito pubblico. Che tuttavia il risultato del Consiglio possa essere suscettibile di diverse letture dimostra da un lato il grande entusiasmo nelle dichiarazioni pubbliche in Italia, con largo riferimento alla metafora calcistica, dall’altro le non piccole polemiche e tensioni in Germania, ove una fetta consistente dell’opinione pubblica ritiene di non dovere pagare per l’allegria latina. In realtà i dettagli applicativi delle decisioni dei capi di stato e di governo, che sono fondamentali, saranno messi a punto nei prossimi giorni: quel che conta era un messaggio politico. E questo sembra arrivato.
Ma non può bastare, non tanto sul piano appunto economico-finanziario, quanto proprio su quello politico.
L’Unione insomma sta entrando in una nuova fase, di cui possiamo cominciare ad intravedere i contorni, o piuttosto le sfide. Finita la stagione pre-muro, finita quella dell’allargamento quantitativo, finita la prima fase, ottimistica e un po’ spensierata, dell’Euro, siamo ora alla necessità di disegnare politiche concrete di integrazione e di controllo: è la seconda stagione dell’Euro, quella che presuppone un di più di politica, dunque di leadership e di “visione”, come si dice sempre più spesso, segno che appunto di disegni lungimiranti e responsabili si avverte la mancanza. D’altro canto è proprio la partita della moneta unica che diventa anche uno dei modi perché l’Europa possa giocare un ruolo nei nuovi equilibri mondiali. I mercati d’altra parte, come si dice con un’altra espressione sintetica ed equivoca, quasi si potessero materializzare nel loro potere indeterminato, hanno bisogno di una valida interlocuzione politica. In questo senso sembra che i segnali siano positivi.
Ma bisogna corroborarli. Allora è fondamentale continuare a lavorare sulla direttrice stati-Unione. Il ruolo sempre più stringente dell’Unione – e, per quanto riguarda in particolare eurolandia della Banca centrale europea – deve essere accompagnato da una sempre maggiore responsabilizzazione dei singoli Stati, e dunque delle loro leadership, o, come si dice con un’espressione tutta italiana, delle loro classi dirigenti. Gli Stati sono ancora necessari, ma devono funzionare bene, devono sapere svolgere una funzione virtuosa di incentivo positivo. Tanto nelle politiche di rigore, che in quelle, che il consiglio europeo di giugno sembra avere finalmente inaugurato, di crescita e di sviluppo.
Qualcosa si sta vedendo, sulla spinta e di fronte all’urgere delle emergenze. Ma c’è veramente molto, molto da fare, anche qui, in Italia.
In questi giorni si è molto calcata la metafora sportiva, tra Bruxelles e Polonia / Ucraina. Un segno dei tempi nuovi è che, accanto alle bandiere italiane, qualche venditore comincia a proporre anche quelle europee: sventolarle insieme davanti ai maxi schermi, domani, con un solo gesto può dire tanto, a tutti.

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