Un unico, grande polo attrattivo capace di parlare direttamente con Bruxelles. Un’unica identità, per il reperimento e la gestione amministrativa delle risorse, da oltre 150 mila abitanti. È l’architettura istituzionale del progetto “Area Vasta”, che punta a trasformare Frosinone, le città ed i comuni vicini in un attrattore di fondi e opportunità. Iacovissi, ideatore del progetto, insiste mettendo in evidenza come non possa non essere apprezzato da chi ha minimamente a cuore le sorti di questa nostra terra. E in questi ultime mesi l’idea dell’Area Vasta ha riscosso apprezzamenti che vanno al di là dello schieramento politico. In una intervista a Stefano Di Scanno, Iacovissi mette in evidenza come il progetto abbia adottato come traccia lo studio strategico commissionato da Unindustria Frosinone ai docenti dell’Università di Roma Tor Vergata. Abbiamo sviluppato quel lavoro attraverso audizioni mirate con il mondo industriale e accademico, trasformando i dati macroeconomici in materia amministrativa ma procedendo con gradualità e cautela. Il vero valore aggiunto, però, è stato il metodo politico: in Commissione si è creata una totale condivisione tra maggioranza e opposizione. Quando il fine è lo sviluppo strutturale del territorio, le barriere ideologiche cadono. Secondo Iacovissi le 11 municipalità che formano l’Ufficio Europa insieme superano la soglia dei 150 mila abitanti. È un dato fondamentale: superiamo di tre volte il limite minimo dei 50 mila abitanti richiesto dall’Unione Europea per l’accesso a determinate linee di finanziamento diretto. Non siamo più una periferia frammentata, ma una macro-area urbana”. Tutto questo, dice ancora Iacovissi, ci permette di superare la storica debolezza della parcellizzazione quando ci si siede ai tavoli di concertazione regionali e ministeriali. L’unione fa la forza non è uno slogan, ma una regola finanziaria: un conto è presentarsi a Bruxelles come un piccolo comune di 5mila anime, un altro è farlo come un hub da 150 mila abitanti”. Iacovissi precisa anche che Non stiamo parlando di una fusione a freddo né di un’Unione dei Comuni vecchio stampo, che spesso creano preoccupazioni nei vari Comuni. Questa è una ‘cooperazione rafforzata’. Ogni sindaco rimane custode assoluto dell’autonomia e delle peculiarità del proprio territorio. Nessuno perde sovranità; al contrario, i piccoli centri acquisiscono una capacità di programmazione e una visibilità che da soli non potrebbero mai permettersi. È un modello federativo, non centralista”.

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