Ceccano, un notaio del 500 e le musiche del 300, Vincenzo Angeletti ci racconta della scoperta


In attesa della presentazione, in prima mondiale assoluta, mercoledì 18 giugno, al Festival Francesco Alviti, delle musiche della corte dei de Ceccano, ospitiamo un intervento dell’arch. Vincenzo Angeletti Latini sul ritrovamento di questa straordinaria testimonianza culturale

Nel 1995 viene pubblicato da G. Gialdroni e A. Ziino un articolo Due nuovi frammenti di musica profana del primo Quattrocento nell’Archivio di Stato di Frosinone. Si tratta di un interessante trovamento avvenuto nell’ Archivio di Stato di Frosinone. Durante un restauro le coperte esterne, in pergamena, di due registri notarili aperte rivelavano di essere state riutilizzate e presentavano nel loro interno degli spartiti musicali. I due registri facenti parte dell’Archivio notarile mandamentale di Ceccano appartengono ad uno stesso notaio e erano stati utilizzati per contenere gli atti tra il 1523-25. Il notaio è Jacobellus Augustini Paniscaldi, vicario foraneo e canonico della chiesa di S. Maria del Fiume, abate della chiesa di S. Nicola e arciprete della chiesa di S. Giovanni Battista di Ceccano. Detto notaio rogò per 82 anni, dal 1496 al 1578 pertanto dovè vivere circa 100 anni.
I due frammenti contengono otto composizioni polifoniche profane, adespote, risalenti presumibilmente alla fine del Trecento-inizi Quattrocento, delle quali sei in lingua francese e due in lingua italiana. Di queste cinque virilai e tre ballate.

Nonostante gli adolescenziali studi di pianoforte e aver suonato la chitarra basso in vari complessi non ho la cultura sufficiente a trattare gli aspetti prettamente musicali, per i quali la pubblicazione citata in premessa fornisce adeguate informazioni. Mi soffermerò, invece, sugli aspetti storici che potranno contribuire ad inquadrare l’ambiente da cui provengono.
Gialdroni e Ziino dopo aver fatto una rassegna delle famiglie che nel periodo di loro scrittura, si soffermano su Onorato Caetani che legato agli ambienti francesi potrebbe motivare i virilai in francese.
Debbo osservare che il cardinale Annibaldo IV de Ceccano che viveva ad Avignone presso la corte papale è sicuramente il personaggio che può aver portato a Ceccano gli spartiti in questione. E proprio alla metà del ‘300 si trovava a Roma, come legato pontificio per il giubileo, trovando poi la morte, per avvelenamento nei pressi di Cassino. Annibaldo era persona raffinata, come ci viene descritto nelle cronache, e non trovo difficoltà a pensare che possa aver portato al suo seguito musicisti che eseguivano quei componimenti che in Francia avevano in Guillaume de Machaut, coevo di Annibaldo, la più alta espressione.
Al riguardo voglio sottolineare che la musica dei suoi componimenti, innovativa, rispetto a quella dei secoli precedenti e per tale motivo definita ars nova ha nei testi quegli influssi dell’amor cortese e della poesia trobadorica preludio dell’Umanesimo, che riscontriamo nella ballata Fili parien ben
d’oro i suo’ chapelli. In Italia, l’ars nova d’oltralpe è ancora un fenomeno culturale d’élite nella seconda metà del Trecento e nel cardinale Annibaldo trova il giusto “importatore”.
Va sottolineato che gli spartiti in questione hanno la notazione musicale su sei righe (esagramma) detto tablatura o tabulatura. Questo sistema è utilizzato principalmente nella notazione di strumenti ad arco come il liuto. Le sei righe infatti rappresentano le sei corde del liuto con il quale vengono eseguite le musiche.
La fine del trecento e i primi del 400 segna anche la decadenza dei de Ceccano con un peso sempre maggiore, per intercorsi matrimoni, dei Caetani, che dal 1434 al 1440 diverranno signori di Ceccano.
Seguiranno poi con alterne vicende i Colonna con il definitivo infeudamento in Ceccano, di cui porteranno il titolo di conte.
Quanto detto corrisponde alle considerazioni di Gialdroni e Ziino che “In mancanza di dati significativi, ogni ipotesi è valida, a partire da quella più generale, ma anche più generica, che il nostro manoscritto possa essere stato portato nel Basso Lazio (Ceccano?) da qualsiasi parte d’Italia, per essere poi qui smembrato agli inizi del Cinquecento. Ma l’ipotesi più ‘economica’ rimane pur sempre quella che esso sia stato smembrato e riutilizzato nei luoghi stessi nei quali era stato confezionato e usato.”
Quegli spartiti conservati per la preziosità della pergamena furono fortunatamente riutilizzati come copertine dei registri notarili da Jacobellus Augustini Paniscaldi che con tale atto ne ha lasciato testimonianza.
Voglio, infine, ricordare che questi spartiti sono poco conosciuti a Ceccano e ascoltarne le arie mi ha sempre incuriosito ed è sempre stata occasione di parlarne con i musicisti ceccanesi.
Tale curiosità sta finalmente per essere esaudita perché, parlandone, tempo fa, con la prof.ssa Vittoria D’Annibale ho avuto recentemente una graditissima sorpresa. Mi ha infatti comunicato che saranno inseriti all’interno del Festival Francesco Alviti, nella giornata del 18 giugno alle ore 21,30, “Note alla corte dei de Ceccano”. Risuoneranno, dopo 670 anni di silenzio, quelle note scritte su quegli spartiti, con il liuto e arciliuto di Andrea Micheli e la voce del mezzosoprano Federica Carducci.



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