Claudia Marsulli dal Liceo di Ceccano al premio Zanotti per la critica letteraria


Claudia Marsulli, ex allieva del Liceo di Ceccano, ha vinto a Milano il prestigioso premio Zanotti 2021, assegnato alla miglior tesi di laurea magistrale in studi letterari.

Abbiamo chiesto a lei di raccontarci le sue emozioni e i suoi pensieri al momento della premiazione:

La mattina del 30 novembre ho ricevuto la comunicazione dalla giuria. Era una mattinata calda, me lo ricordo bene perché ero uscita in bicicletta e dovevo restituire dei libri in biblioteca. Ero di fronte alla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna, con una mano liberavo la bici dalla rastrelliera e con l’altra scorrevo per sbloccare lo schermo. Avevo visto la notifica, ma solo quando ho aperto la posta ho realizzato: avevo vinto! Circa tre mesi prima un’amica bibliotecaria mi aveva inoltrato il bando del Premio Zanotti, assegnato ogni anno dal Compalit (Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura). 

Io avevo preparato tutta la documentazione – ma come al solito mi ero ridotta all’ultimo, forse ormai è quasi una questione di scaramanzia. Si poteva partecipare con un lavoro di tesi magistrale che avesse sviluppato una delle tre macroaree: letteratura giovanile; identità di genere nell’immaginario letterario; narrativa nell’età della globalizzazione. Il mio s’intitolava Manifesto: ipotesi per una categoria analitica. Profili letterari italiani fra genere e genre. Era un lavoro misto, sotto Letteratura italiana contemporanea ma con una prospettiva femminista e metodologie interdisciplinari: decisamente impuro e decisamente figlio della pandemia – nervoso come la pandemia, e forse anche (come quella) arrabbiato. 

Avevo cominciato in tempi diversi, quando si poteva ancora andare in archivio e sembrava di avere tutto sotto controllo, che non dovesse mai succedere niente, che non si dovesse avere paura. Io non ero preparata a quel terrore. Volevo farmi un regalo, tutto qua: scrivere di qualcosa che mi piacesse davvero. Farlo mettendo a frutto gli anni, anche quelli fuori corso. I manifesti già m’interessavano – per manifesto intendo gli scritti programmatici, non le locandine grafiche (o non solo: in realtà è più complicato e spesso si sono intrecciati). Ad ogni modo m’interessava il testo: ci vedevo un funzionamento tutto suo, autonomo e diverso da altri genres letterari. Mi sembravano scritture quasi aggressive, o ciecamente fedeli a un credo – e penso che questo sia sempre in certa misura politico. Questo mi piaceva e m’inquietava: capire come funzionasse un testo che nasceva con l’ambizione di fare la storia, riscrivendo il passato come una serie di fratture e mettendosi proprio lì al bordo dell’ultima frattura, quella rivoluzionaria e definitiva che avrebbe fondato il futuro.

È stata una ricerca difficile: all’inizio per la chiusura (e io lavoravo con materiali inediti, sparsi tra fondi e archivi); poi, a un certo punto ho capito che non c’era teoria – o non ce ne era abbastanza. Non avevo punti di riferimento perché stavo studiando qualcosa di poco noto, instabile. Il primo ostacolo grosso. Allora mi sono messa a leggere, a comparare una montagna di scartoffie, a ragionarci su. Alla fine avevo abbastanza chiaro cosa fosse un manifesto, da Thomas Müntzer al situazionismo. Ma era una storia di uomini e questo l’ho sempre saputo: la Storia è una mezza storia, se la si guarda da un occhio solo. Il secondo ostacolo. Ho ricominciato da Olympe de Gouges, con la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne, e poi ci ho aggiunto una quantità di manifesti, dichiarazioni, pamphlet scritti da donne a partire dalla Rivoluzione Francese fino agli anni Zero. Era una storia diversa e le due versioni non combaciavano. Le donne avevano scritto manifesti, ma l’avevano fatto in un altro modo: era un altro canone. So di non riuscire a rendere il misto di angoscia, entusiasmo e rabbia (sono una arrabbiata) che questo fatto mi ha scatenato dentro. Eppure provavo tutte quelle cose lì, e tutte insieme.

Il 10 dicembre scorso sono andata alla Statale di Milano per la cerimonia di premiazione, all’interno del grande convegno annuale tenuto dal Compalit – ogni anno in una sede diversa. Anche quel giorno mi è stato impossibile riuscire a tirare fuori qualcosa di quel turbinio emotivo. Ma mi dico che forse era proprio così che doveva essere. Quel giorno ho conosciuto i genitori di Paolo. Non era più tempo per la rabbia, per l’angoscia, per l’entusiasmo: quel giorno chiedeva solo mitezza. Paolo Zanotti è stato uno studioso e scrittore italiano. Era nato a Novara, ma da Trovate Ortensia! (Ponte alle Grazie, 2021) so che ha avuto un rapporto viscerale con una Pisa che forse non esiste più. So che aveva un’intelligenza a volte spietata, a volte bonaria, ma sempre lucidissima. So che era uno scrittore ironico e pungente, capace di creare mondi in cui i bambini combattono travestiti da galli e gli adulti hanno paura della verità (Bambini bonsai, Ponte alle Grazie, 2010).

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