Io mi sento Italiana, ma…


di Agnese Palombi, allieva del Liceo di Ceccano

23:45 del 6 Luglio, 2021. Jorginho segna il rigore decisivo alla Spagna e l’Italia vince la semifinale. Il calcio non mi piace, ma in quel momento è diventato lo sport più bello del mondo, mi sono sentita parte di qualcosa di più grande, perché mi sono trovata a condividere l’ansia dei rigori con almeno altre 100 persone, chi ad occhi chiusi e chi ad occhi aperti, chi urlava e si abbracciava e chi come me sorrideva, perché dopo tanto mi è sembrato di vivere in modo normale, spontaneo. Ieri sera mi sono ricordata, perché ogni tanto lo dimentico, perché Amo essere italiana, che è diverso da sentirsi tale. Impossibile non citare Gaber che era e sarà sempre italiano, ma nella sua canzone più celebre diceva di non sentirsi affatto così, forse perché ci si sentiva più di tutti. Nel post partita uno dei giocatori ha detto che nonostante la forza della Spagna sul campo, gli italiani hanno saputo Soffrire insieme, sia quelli che giocavano sia coloro che guardavano, e in questo verbo, soffrire, io leggo secoli di storia: vedo i “marocchini” che invadono i paesi e ne violentano le donne, il piede degli austriaci, spagnoli, tedeschi e francesi, vedo l’ombra pesante della mafia, la  ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e vedo tutti gli alberi che vegliano sulle tombe di chi è stato rubato alla propria nazione, però vedo anche questa nazione, nel suo essere piccolissima quando si tratta di viaggiare, e grandissima quando si avverte la distanza tra le regioni. Quando cucino la pasta ripeto spesso a mia sorella quanto il profumo della passata di pomodoro sia il mio preferito in assoluto al mondo, perché mi sembra di avere già sulla lingua quel sapore, perché in un secondo penso ai miei zii che da piccoli si svegliavano alle 5:00 del mattino per aiutare i loro nonni a preparare la passata, quella buona e fatta in casa, da mettere nelle bottiglie e da tirare fuori dal frigo all’evenienza; ma l’immagine che più di tutte mi viene in mente quando annuso il sugo è quella di un contadino dai capelli bianchi, che ha indosso una canottiera bianca di cotone e che raccoglie gli ortaggi frutto del suo lavoro, e che non so perché ma mi fa pensare tanto ai nonni dei miei nonni.. giusto per fare qualche esempio.

Deve esserci stato un tempo in cui era più facile sentirsi italiano, quando le nostre vite non erano scandite da continui impegni e si poteva vivere “alla giornata”, decidere di partire per Napoli un giorno sperando di trovare un biglietto per la partita fuori dal San Paolo e in caso contrario accontentarsi di vederla nel bar più vicino, ma sempre rigorosamente in compagnia di sconosciuti che per una sera diventano gli amici di una vita. Mi piace quando mi imbatto in fatti di cronaca a me ignoti fino a quel momento e raccolgo le “testimonianze” in famiglia di quelli che c’erano quando è successo, e mi piace sentire sempre la stessa frase, “io seguii attaccato/a alla televisione”, quando parlo di un bambino che un giorno cadde in un pozzo artesiano e dal giorno seguente divenne Alfredino ed attirò l’attenzione di milioni di italiani, che quel film che esce oggi nel 2021, lo hanno vissuto sulla loro pelle, se non in modo diretto, ma erano lì col cuore. E poi i libri e le poesie e i quadri e le sculture e le persone che hanno amato fare musica e quelle che lo hanno fatto perché era la cosa giusta, perché vedendo Roma io vedo la bellezza, ma Lucio Dalla vedeva l’amore e da quando ho scoperto tutti questi cantautori, che dapprima sono uomini, mi innamoro un po’ anche io, e come loro sono triste ma mi arrabbio anche e li ascolto perché alcuni ti mostrano un’Italia che nessuno ti racconta oggi, ma è un discorso che non riguarda sono i cantautori. Io frequento la scuola e leggo libri e cerco di rimanere informata su quello che mi succede attorno, ma mi sento profondamente ignorante riguardo le cose che contano davvero, e ammiro chi è in grado di raccontarmi la storia, la politica, e le persone dell’ultimo secolo, perché è una memoria collettiva inestimabile, che non si studia a scuola. 

Ricordo di aver studiato il Risorgimento italiano per un’interrogazione, ma cercando di andare oltre le conoscenze richieste, perché mi sembrava che nel libro di testo si andasse un po’ a perdere quello “spirto guerrier ch’entro mi rugge”, quel sentimento di speranza nei confronti di un’Italia unita, che nei secoli precedenti tutti i più grandi si erano tanto augurati. Quindi quando penso all’Italia, mi viene in mente  una nonna morta prima che io nascessi, di cui tutti conoscono qualcosa, ma di cui mi pervengono solamente i ricordi di chi ancora vive; e allora io che ho diciassette anni e che mi emoziono quando penso a tutto quello che c’è stato prima di me, voglio meritare di sentirmi italiana e voglio studiare, conoscere sempre di più, essere una persona moderna che fa del passato la sua forza e soprattutto oggi quando chiudo gli occhi e immagino la mia vita tra venti anni, sogno di avere l’autorevolezza di un giudice e il cuore di un portinaio, un sarto, contadino o un insegnante. Si continuerà a pensare all’Italia come alla patria della malavita nel tempo, ma possiamo cercare di costruire una nuova giustizia che ci faccia sentire fieri di essere italiani. Questo è quello che ieri sera la mia mente ha visto, quando mentre ascoltavo la radio in macchina con zio, sono passata davanti a tante case ed erano tutte illuminate dai colori dell’Italia, e ho sorriso.

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