San Giovanni Paolo II, ho incontrato la santità


L’ho incontrato tante volte, non per merito mio ma per le circostanze della vita: durante il mio impegno con l’Azione Cattolica, ho avuto diverse occasioni di essere vicino a Karol il Grande, a Giovanni Paolo II fin dall’inizio del suo pontificato. Ricordo benissimo l’annuncio della sua elezione, il 16 ottobre del 1978: ero in macchina, la mia Dyane, tornavo da Ferentino. Non aveva radio e utilizzavo una a transistor, rossa e nera, sentii quel nome strano e l’attimo di silenzio della Piazza che, come me, non aveva capito. Riuscii ad arrivare a casa per assistere all’annuncio del gaudium magnum: anche lì, confusione. Chiaro il Karolum, ma quel cognome? E poi la sorpresa e l’entusiasmo al vedere quell’atleta di Dio che subito annunciava la sua cifra: se sbaglio, mi corriggerete… Era già uno di noi. E poi il non abbiate paura della messa di inaugurazione del Pontificato fu una scarica di entusiasmo per me, allora 24 enne, appena all’inizio del mio lavoro e nel pieno delle responsabilità nella vita della chiesa cattolica. La prima volta lo incontrai in un modo assolutamente imprevedibile. Eravamo alla fine di luglio del 1979: ero sui Castelli Romani, a Pavona, se non sbaglio, per un campo regionale dei giovani di Ac. Ero segretario della delegazione: stavamo preparando un incontro di tutti i giovani del Lazio. Nel primo pomeriggio una telefonata da Maria Grazia Tibaldi, del centro nazionale: il papa ci riceverà stasera a Castel Gandolfo, serve un coro. Chiamai subito gli amici del Gruppo Agàpe, diversi erano lì al campo: potete immaginare l’entusiasmo:  vennero anche don Antonio Piroli e don Pietro Del Brocco. Lo incontrammo nel giardino della Villa, l’umidità serale del lago si sentiva. Arrivò coperto da un mantello nero: si cantò insieme, ascoltò il nostro coro, apprezzò il duetto dei gatti di Rossini, e poi scambiai due parole con lui invitandolo all’incontro regionale dei giovani. Impressionante esperienza. A quella ne seguirono numerose altre, soprattutto per il canto: più volte in Piazza S. Pietro, e poi a Villa Panphili dove il papa si affacciò dal palco a salutare il coro, e al palazzo dello Sport a Roma, dove dirigevo i canti e mi guardò più volte per segnalarmi che dietro di lui molti ragazzi facevano chiasso, ma non era colpa loro, non sentivano niente per l’errata sistemazione degli amplificatori. E poi nel 1988 alla beatificazione di Piergiorgio Frassati, dopo l’udienza all’Azione Cattolica nell’aula Nervi, il papa venne a salutare Vittoria che aveva cantato per lui. Francesco dormiva nel passeggino: Vittoria volle che il papa lo salutasse, come faceva con tanti bambini. francesco natuiralmente non fu d’accordo e così il papa si trovò in braccio un frugoletto urlante. Ricordo poi la sorpresa in un’assemblea dell’Ac: nell’aula delle benedizioni in Vaticano, dirigevo i canti dell’assemblea. Tutti aspettavamo che il papa entrasse dalla porta principale dell’aula: invece, mentre portavo il tempo della strofa de I cieli narrano, mi sentii battere sulla spalla e udii la sua voce che diceva Alleluia. E poi altre assemblee, e i due incontri internazionali delle famiglie a Rio de Janeiro e a Roma, e nelle assemblee della CEI, in cui ero invitato, la visita a Frosinone, e poi gli ultimi momenti: quella voce che non voleva consentirgli di parlare e il momento della morte. Feci, insieme agli amici e a centinaia di migliaia di persone, 22 ore di fila per l’ultimo saluto: Grazie, papa Santo

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