Le tasche dell’anima


di Alessandro D’Avenia

Nel 1373 il popolo fiorentino, stremato dalle conseguenze della peste e dalle divisioni politiche chiese ai propri governanti una lettura pubblica settimanale della Divina Commedia: «A favore dei cittadini che desiderano essere istruiti nel libro di Dante, dal quale, tanto nella fuga dei vizi quanto nell’acquisizione delle virtù, quanto nella bella eloquenza possono anche i non letterati essere educati». La richiesta (udite!) fu approvata e il compito affidato a Giovanni Boccaccio, autore del Decamerone, che in Dante aveva trovato la sua salvezza, tanto da scrivere la prima biografia del poeta e fare di suo pugno tre copie della Commedia, una delle quali regalata all’amico Petrarca. Il popolo cercava in Dante le risorse interiori per ritrovarsi e rilanciarsi. Anche Osip Mandel’štam, il più grande poeta russo del XX secolo, fece lo stesso: «Ardeva tutto per Dante. Recitava la Commedia giorno e notte, e recitammo spesso Dante insieme». Così la poetessa Anna Achmatova ricordava l’amico, ucciso in un gulag per ordine di Stalin, al cui regime si era opposto. Mandel’štam aveva scoperto Dante negli anni ‘30 e, per leggerlo, aveva imparato l’italiano. Quando lo arrestarono per condurlo ai lavori forzati, portò con sé l’edizione in piccolo formato da cui imparava a memoria interi passi: era il suo appiglio alla vita, la libertà nella mortifera prigionia. In Conversazione su Dante, opera del 1933, censurata, ma miracolosamente salvata e pubblicata nel 1967 dalla moglie, aveva scritto: «La Commedia non sottrae tempo al lettore, quanto piuttosto gliene fa dono».

Negli stessi anni il grande Jorge Luis Borges non si separava mai dalla sua Commedia, che scoprì in un periodo di grande infelicità: «Il caso – ma non esiste il caso – mi fece imbattere in tre piccoli volumi: l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, tradotti in inglese. Erano maneggevoli, mi stavano in tasca». Lo scrittore argentino cominciò così a leggere i volumi nei lunghi viaggi in tram, da casa alla biblioteca in cui lavorava: «Leggevo una terzina in inglese; poi la stessa terzina in italiano, fino alla fine del canto. Ho letto molte volte la Commedia. Non so altro italiano che quello che mi insegnò Dante». I versi, penetrando nel frastuono della vita come la calma conversazione con un amico, guarirono Borges, che dedicò al poeta pagine uniche. La Commedia viene incontro alla vita concreta di ciascuno, per questo deve essere “a portata di mano”: «Porterò con me questi minuscoli volumi perché li posso ficcare dappertutto», scriveva a un amico il poeta John Keats, preparandosi al memorabile viaggio di due mesi, a piedi, nella Regione dei Laghi, in Scozia e Irlanda, nel 1818.

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