L'Italia torna alle Signorie, l'analisi di Luca Ridolfi


Di Elisabetta Cassese

Che futuro si profila nel nostro paese?

E’ questa la domanda – già ricorrente in molti – che prende il lettore alla fine de “La società signorile di massa” di Luca Ricolfi, sociologo e professore ordinario di analisi dei dati all’Università di Torino.

La tesi del libro di Ricolfi, in sostanza, è la seguente: l’Italia presenta una configurazione sociale di tipo nuovo, la cosiddetta “società signorile di massa” perché – in un corpo principale che resta capitalistico – vede l’innesto, sempre più dominante, di elementi delle società feudali e signorili del passato. Pertanto, l’uso della locuzione “signorile di massa” caratterizzerebbe una società in cui l’economia non cresce più e i cittadini che non lavorano sono più numerosi di coloro che lavorano (rimando al libro stesso per la consultazione di numeri e percentuali).

Come vivono, allora, i tanti che non lavorano? Semplicemente accedendo al surplus di patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti (basta pensare al crescente numero di persone che affittano stanze, spesso in nero, a turisti o a studenti in grado di spendere).

Lo traduco in parole più semplici? Stiamo consumando una ricchezza accumulata in passato ma non ne stiamo creando di nuova (e, come si intuisce, i tempi delle vacche grasse finiranno). Come afferma Ricolfi siamo “abbastanza prosperi per permettere a tanti di noi di non lavorare” ma “non siamo abbastanza produttivi per permetterci di conservare a lungo la nostra prosperità”.  Ma in tanti preferiscono non vedere.

Luca Ricolfi elenca i tratti distitntivi della società signorile di massa in tre primari e cinque secondari.

I tre  tratti primari sono l’elevato peso degli inoccupati, l’elevata ricchezza privata e la stagnazione dell’economia.

I tratti secondari della società signorile di massa, invece, sono l’alta presenza di NEET ossia i giovani che non lavorano non studiano (Not in Education, Employment or Training), la diseguaglianza nell’allocazione del lavoro (poche persone lavorano tanto per tante persone che non lavorano per niente), l’altro peso del tempo libero nella vita, il numero molto alto di anziani e il numero molto basso di figli per donna fertile.

Altri paesi, afferma l’Autore, hanno alcune o molte di queste caratteristiche, ma nessun altro paese le ha tutte.

Al di là della fotografia di tipo economico, che potrebbe avere anche i suoi detrattori (sono curiosa di leggere eventuali recensioni critiche), secondo me il libro è molto interessante per il modo in cui mette a fuoco e concettualizza fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti e che sono particolarmente rilevanti per chi ha figli in età scolare, universitaria o per chi, anche al di fuori di questi casi, è preoccupato per il futuro.

Si tratta di una lettura utile anche per farsi un bell’esame di coscienza collettivo e, se possibile, rimboccarsi le maniche e ritrovare la voglia di costruire un domani meno precario.

Prendo spunto, quindi, da alcune parti di questo volume che mi hanno colpito di più. Questa non vuol essere una recensione ma una lettura personale del libro – che ho finito in pochissimi giorni – dunque a me sola sono da ascrivere salti logici o eventuali incongruenze.

La disoccupazione volontaria e l’alto numero di NEET

Uno dei tratti distintivi del nostro Paese è la cosiddetta “disoccupazione volontaria” (specialmente tra i giovani ma anche tra le donne) e l’altra è la presenza di un’infrastruttura che Ricolfi definisce – e non a torto – para-schiavistica e fa riferimento alla situazione in cui si trova una parte della popolazione residente, spesso costituita da stranieri, che svolge le mansioni più umili (colf, badanti, operai edili ma anche operatrici nei call center) o che viene sfruttata in modo ignobile e spesso in nero (come, ad esempio molti lavoratori stagionali), perlopiù a beneficio dei cittadini italiani.

Ed è tornando ai giovani che non studiano nè lavorano – i famosi NEET – che Ricolfi si sofferma su un caso tipico, che chiama Jacopo. Trent’anni o giù di lì, Jacopo sta cercando lavoro ma per ora ha trovato, con difficoltà, solo occupazioni poco retribuite vive ancora con i genitori ma da giovane adulto indipendente, sfruttandone la casa di proprietà e la seconda casa per le vacanze e vivendo, tutto sommato, una vita fatta di agi e di consumi. Una realtà che è, tristemente, sempre più comune.

Tra i passaggi che intendo evidenziare – forse perché hanno reso sistematiche una serie di osservazioni empiriche – c’è quello che riguarda l’analisi del tempo libero e dei suoi usi.

Tempo libero usato per il consumo e non per la cultura

La maggior parte delle persone ritiene di non avere abbastanza tempo libero e di avere una vita frenetica, ma ciò non risponde al vero: abbiamo molto più tempo libero di quanto non ne avessero le generazioni passate. Ma questo tempo “liberato” non è stato usato (come auspicava Domenico De Masi nel gradevole saggio Il futuro del lavoro e nel successivo libro L’ozio creativo), per innalzare il proprio livello culturale, per vivere più maniera più saggia e salutare, per coltivare affetti ed amicizie, per leggere e per studiare. Tutt’altro. Anziché usare la cultura per riempire il tempo libero si è scelto di usare i consumi per “attrezzarlo”.

Il tempo libero – afferma Ricolfi – non lo si sa più riempire da soli ma si sente la necessità di farselo animare da intrattenitori di vario tipo, colmare da una miriade di oggetti di consumo, spendere in realtà virtuali (un ossimoro) o in servizi alla persona. Da qui nasce l’ossessione per lo shopping come passatempo e l’impressionante sviluppo di beni, servizi e attività il cui scopo primario è quello di aiutarci a “consumare” piuttosto che a “vivere” il tempo libero.

Ricolfi mette in mezzo tutto: l’enorme industria dell’intrattenimento basata sul cibo (ma oggi si dice food), fatta di apericene, aperifeste, pub, piadinerie, focaccerie, bistrot, sushi bar e di cibo portato a domicilio (il mercato del food delivery, che aumenta il fatturato in modo siderale di anno in anno), ma anche i mercatini o le mostre-mercato (una locuzione detestabile perché ipocrita) insieme a personal trainer, truccatori e massaggiatori, organizzatori di matrimoni e feste a tema varie, primi tra tutti gli animatori nelle sempre più esagerate feste per bambini (gli unici che sapevano ancora giocare…).

In questa cultura del consumo (o “non cultura” del consumo), La società signorile di massa si sofferma molto su un fenomeno che è sotto lo sguardo di tutti: la moltiplicazione dei locali dove si mangia. Gli italiani che erano sempre usi cucinare e mangiare in casa (almeno di sera o di domenica), ora mangiano continuamente fuori casa. Sembra un’affermazione banale ma non lo è quando Ricolfi ne descrive le conseguenze: mangiare fuori casa significa anche adottare un atteggiamento da turista (“con il corredo di libertà e spensieratezza che al turista è associato”), mentre cucinare in casa vuol dire adottare uno stile di vita più parsimonioso, da lavoratore.

Ricolfi non lo dice, ma va da sé, che non è tanto l’uso sporadico di questi beni o servizi che colpisce ma è la prevalenza del consumo in sé che emerge preponderante. Dunque il tema non è tanto una cena fuori casa per incontrare un amico, ma è l’uscita per l’uscita che diventa patologica. E ancora di più – aggiungo io – il caso in cui l’aperitivo nel luogo famoso, l’acquisto del bene di lusso o la vacanza esotica è fatta per conformarsi ad uno standard e per poi condividere, postare, fotografare, instagrammare il momento, il luogo, il piatto che stiamo mangiando, in una continua rincorsa sociale di uno stile di vita certamente ostentato ma non necessariamente goduto.

Insomma: alla fine bisogna aver fatto qualcosa di eccitante nel weekend da raccontare agli altri. Poco importa se ci siamo o non ci siamo divertiti.

L’ostentazione del consumo

A proposito di conformarsi ad uno standard che prima di essere di gusto è solo di consumo e di ostentazione del consumo, mi viene in mente un aneddoto personale.

Anni fa, per una strana serie di circostanze, mi trovai ad accompagnare in un negozio una conoscente. Colà incontrammo altre persone che lei conosceva, che si aggiravano provando capi e commentando. In quel frangente, mi colpì una giovane donna che guardava delle scarpe con tacco altissimo e pienedi borchie. Al di là dei gusti, il prezzo era esorbitante: 350 euro per camminare sostanzialmente scomodi. il commento mi uscì spontaneo: “E chi comprerebbe mai delle scarpe ad un prezzo del genere?”. La donna si girò, con aria serafica, dicendo “Ah…ma io tanto le prendo a rate!”, mostrando così di non aver capito assolutamente il senso della mia affermazione, spinta più dalla moderazione che dalla mancanza di liquidità.

Perché cito questo esempio? Forse perché la risposta era fornita in modo così casuale da far capire quanto il pagamento rateale anche per l’oggetto superfluo fosse comune. In altre generazioni, l’idea di indebitarsi per acquistare la versione di lusso di un oggetto ordinario era fuori discussione. Ora è diffusa, un chiaro esempio di “consumo opulento”.

Altri elementi che l’Autore pone in luce sono ben più preoccupanti: la rincorsa continua di emozioni forti per cui è diventato molto comune occupare il tempo libero sia con il binge drinking, sia con il consumo di droghe, nonché il dilagare del gioco d’azzardo. Non so quanto ciò accada ad altri ma le poche volte che entro da un tabaccaio, anche la signora più insospettabile chiede un “gratta e vinci”.  Le basterebbe conoscere un pochino di statistica e di probabilità per convincersi che è assai meglio tenerseli in tasca quei soldi. Siamo diventati un popolo di bevitori e giocatori.

Tanti gli altri temi del libro che tralascio, per mancanza di tempo; solo qualche osservazione finale.

La definizione di società signorile di massa non è solo suggestiva ma anche inquietante. Il libro fotografa e descrive una società che non giudica. Le conseguenze dell’analisi svolta emergono – però – ben chiare: gli italiani non solo non stanno costruendo un futuro, ma stanno facendo baldoria utilizzando la ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti e, se ciò a qualcuno ricorda la decadenza dell’impero romano, sappia che fa il medesimo effetto anche a me.

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