Ceccano per Haiti, il regalo per i 50 anni di P. Enzo Del Brocco


P. Enzo Del Brocco, ceccanese doc, missionario passionista ha compiuto 50 anni: come regalo, ha chiesto ai suoi amici di aiutare Haiti, sempre più abbandonata, sempre più povera. Chi volesse, può utilizzare:

Ada Manes Foundation for Children Onlus Sede legale: Piazza Garibaldi 35 65127 Pescara Iban IT85G0200815404000103574683 Specificando nella causale “In onore 50mo P. Enzo”  . Chi vuole contattarlo può scrivere a enzodelbrocco@gmail.com

Ecco il suo appello:

Carissimi amici,

Haiti è storicamente considerata la culla del nuovo mondo, la principale fonte di zucchero e caffè per l’Europa, la prima repubblica nel mondo guidata da persone di colore e il primo stato indipendente dei Caraibi quando liberandosi dal controllo coloniale francese e quindi dalla schiavitù nel 1804. Tuttavia l’indipendenza ha avuto un costo paralizzante, poiché Haiti dovuto pagare un risarcimento (estinto solamente nel 1947!) alla Francia per compensare gli ex proprietari di schiavi! Haiti, una volta chiamata la “Perla dei Caraibi”, è oggi considerata un luogo vulnerabile, il paese più povero dell’emisfero occidentale, ed il luogo di catastrofi naturali e politiche.In questi ultimi mesi Haiti e’ in preda ad una grave crisi politico-finanziaria che sta causando turbolenze e manifestazioni violente. Le ragioni sono complesse e le radici affondano nella storia del colonialismo e della corruzione politica perpetrate sia all’interno che all’esterno del Paese. Come al solito, in queste situazioni, alcuni reagiscono con indifferenza dicendo semplicemente “è Haiti, è inutile” o come qualche leader mondiale “è un paese di m…”. Altri giudicano superficialmente la situazione addossando la colpa all’incapacità locale di leadership e escogitando commenti semplicistici e soluzioni ipotetiche senza conoscere la cultura, la storia e la sua complessità.   Nel frattempo i poveri e i vulnerabili continuano a soffrire le conseguenze dell’indifferenza globale o degli eterni incontri politici senza soluzione pratica e queste situazioni spesso costringono le persone a lasciare i loro paese in cerca di un posto migliore mettendo a rischio la propria vita attraversando mari e confini nella speranza di una terra promessa. Purtroppo anche il mare dei Caraibi, come il Mediterraneo, si trasforma spesso in un cimitero.

Quando domenica scorsa Papa Francesco ha svelato in piazza San Pietro, la scultura “Angels Unawares”, raffigurante su una barca un gruppo di migranti e rifugiati di diversa estrazione culturale e razziale e di diversi periodi storici, mi sono commosso essendo io stesso figlio di immigrati. Ho visto la mia famiglia e allo stesso tempo mi sono tornate in mente le tante volte che sono stato salvato in circostanze pericolose dalle sorelle e dai fratelli vulnerabili che ho accolto nel mio ministero e nella mia vita. L’ospitalità ti porta sempre a incontrare l’imprevedibile.

Lo scorso 4 ottobre ero in viaggio verso Haiti e dal gennaio 2014, è stata la prima volta che sono salito a bordo di un aereo per Haiti mezzo vuoto. Di solito c’è l’annuncio che è un volo completo e non c’è abbastanza spazio nel per tutti i bagagli a mano. Normalmente ci sono almeno 10 sedie a rotelle con persone anziane che tornano a visitare la loro amata “Perla”. Questa volta no; solo una persona con la sedia a rotelle, l’aereo era mezzo vuoto e c’era molto spazio per i bagagli. Non una volta l’assistente di volo ha dovuto ricordare alle persone di tenere allacciate le cinture. Al mio arrivo, pochissime persone fuori  invece della solita grande folla, nessun assalto da parte dei tassisti per chiedere se avessi bisogno di un passaggio, nessuna mano allungata per afferrare i miei bagagli, nessun venditore di carte telefoniche, nessun venditore ambulante importunando i viaggiatori per vendere qualcosa.

Una volta in macchina, dopo qualche chilometro, da una parte arrivava una folla enorme come uno tsunami e dall’altra il dispiegamento delle forze dell’ordine come una scogliera! Mi sono reso conto in quel momento quanto fosse pericolosa e precaria la situazione.

La polizia ci ha lasciato passare e il resto del viaggio è stato come attraversare una città fantasma. Negozi e banche chiuse, le stazioni di servizio chiuse con le loro pompe sigillate in gabbie di metallo rinforzato. Non un tap-tap sulla strada, né venditori ambulanti lungo l’intero percorso fino all’ospedale St Luc!

Quest’anno compio 50 anni e se qualcuno mi avesse detto che, dopo che il primo uomo avesse messo i piedi sulla luna nel 1969 e la caduta del muro di Berlino nel 1989, ci sarebbero ancora paesi in tali situazioni, non avrei mai potuto credici. Sfortunatamente, siamo nel 2019, compirò 50 anni il 10 ottobre, ed è purtroppo vero.

Sin dal mio primo arrivo ad Haiti nel gennaio 2014, osservando padre Rick e ciò che è stato realizzato in trent’anni nonostante tutti i disastri politici, finanziari e naturali, ho capito che se consenti alla sofferenza degli altri di toccarti ed intenerire il tuo cuore, diventando ospitale invece che ostile, si può ottenere molto se si collabora insieme. In Creolo c’è una parola specifica per definire la collaborazione per raggiungere un obiettivo: KONBIT. La cultura haitiana non può essere compresa senza “konbit”.

Fare le cose insieme non significa che tutti debbano pensare e/o fare la stessa cosa. Ciò non è stare insieme. ‘Insieme’ o meglio ‘in comunione’ significa identificare l’obiettivo comune mettendo insieme le diverse opinioni e i diversi talenti,  e lavorare insieme per raggiungerlo. Si tratta di essere uniti ma non necessariamente uniformi. Ho anche imparato che quando Dio ti mette di fronte a una situazione e ti rendi conto dell’ingiustizia e del bisogno, sei chiamato ad agire. Non puoi stare fermo come dice il profeta Isaia riferendosi a Dio: “Per amor di Sion, non tacerò, per amor di Gerusalemme non mi darò pace finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada”.  (Is 62, 1)

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