di Giuseppe Fioroni, presidente della III Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro
Per comprendere i motivi del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro dobbiamo partire da un dato: i terroristi non hanno mai avuto paura di chi gestisce il potere, che è visto invece come utile a generare disagio e rivolta, bensì hanno sempre individuato come minaccia grave coloro che hanno idee, che hanno un pensiero forte che genera azione e riforme.
Moro aveva intuito dall’inizio degli anni ’60 che era terminata la fase della Prima Repubblica iniziata con la Costituente, ed aveva avviato quindi un percorso di ammodernamento del sistema democratico finalizzato a superare quell’empasse rappresentato da una Dc abituata a vincere e a ripartire il potere e da un Pci che aveva un elettorato deluso dalla mancanza di risultati. Riuscendo ad allargare la base democratica e far condividere alla gran parte del Paese valori comuni, Moro voleva consegnare all’Italia una “democrazia integrale”, chiamando i partiti ad un confronto sui programmi ed esonerando il sistema dall’obbligo di far vincere e governare soltanto una forza. I danni della morte di Moro li paghiamo ancora oggi, perché nessuno ha messo in campo un progetto sostanziale di rinnovamento della democrazia analogo al suo ed ognuno si è arroccato nuovamente – sia il pentapartito sia il Pci – nelle sue posizioni per poi incagliarsi in tangentopoli. Si è così scelta la scorciatoia di rinnovare attraverso le leggi elettorali anziché con le riforme del sistema democratico. Abbiamo indotto gli italiani a non votare più perché credevano in qualcosa, ma per scegliere qualcuno. E questo è stato l’inizio del degrado.
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