di FRANCESCA CIARALLO
Di fronte ad Agnese ci si sente piccoli, molto piccoli. Non perché sia la figlia di Aldo Moro, né perché ha dignità di vittima. Perché è Agnese. E’ difficile da spiegare, bisogna conoscerla. Quello che più colpisce di lei è la leggerezza con cui riesce a raccontare una storia così drammatica, che è soprattutto la sua, ma appartiene a tutti noi, padri e figli. Leggerezza e ironia in un racconto di morte e orrore, ma anche di vita e rinascita, di urla mute che si trasformano in dialogo. E tu sei lì, che la ascolti in silenzio rapito, e continueresti ad ascoltarla per ore, perché ti rendi conto di trovarti di fronte ad una testimonianza straordinaria. Di quelle che, almeno una volta nella vita, tutti dovrebbero ascoltare.
Agnese e il perdono…
“Non mi piace parlare di perdono, non ho pensato al perdono se non per più di 30 secondi in vita mia. Questa nostra possibilità di incontro nasce dalla distruzione di una vita, quella di mio padre, e dei 5 uomini della sua scorta, tutte bravissime persone, alcune erano con noi da quando io ero piccola. E nasce da un periodo che per me è stato una finestra sul male, sulle tante facce che il male assume. Avevo 25 anni, la mia vita è stata toccata da questa “visione fisica” , volti, parole , soprattutto parole non dette… l’indifferenza l’imbroglio l’angoscia nell’attesa che qualcosa venisse fatto, una liberazione desiderata che non è mai avvenuta, l’incertezza… Un male che spesso ha la faccia dei buoni. Questa è una delle cose che ho capito, che mi è rimasta in tutta la vita: nessuno può fare del male senza essere coperto dai buoni, nessuna brava persona può venire uccisa in nessuna parte del mondo se i buoni non girano la testa dall’altra parte”.
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