di Marco Tarquinio
Non siamo di quelli che, quando c’è un problema aperto, considerano il “mettersi d’accordo” comunque una cattiva scelta. Tutt’altro. Ma l’accordo euro-turco sui migranti dal Vicino Oriente per la via balcanica che è stato stretto venerdì scorso, prima, tra i ventotto Paesi dell’Unione e, poi, tra questi e Ankara ha un sapore amaro, amarissimo, e un senso davvero «umiliante». Non c’è infatti aggettivo più proprio di quello scelto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, per definire scelte di chiusura – di occhi, di cuore e di porte – di fronte a qualunque emergenza umanitaria e soprattutto davanti a quella che riguarda i profughi dalla Siria, dall’Iraq e dall’Afghanistan, terre sconvolte dalla guerra. Una guerra, non dimentichiamolo mai, che non s’è accesa per autocombustione, ma è stata scatenata e alimentata sia dalle presunzioni egemoniche di potentati stranieri (occidentali e russi compresi, anzi in prima fila) sia, con crescente evidenza e veemenza negli ultimi 25 anni, dalla terribile ideologia jihadista coltivata all’interno dell’islam sunnita.
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