di Giulia Mazza
Bambini “perduti” in un limbo legale che li rende figli di nessuno e cittadini senza patria. Donne pagate (una miseria) per portare nel proprio grembo uno, due, tre, a volte – senza saperlo – anche cinque embrioni. Sono loro le prime vittime dell’«utero in affitto».
Se ne distinguono due forme: quella “tradizionale”, in cui si usa l’ovulo della surrogata, che è così madre biologica del neonato; e quella gestazionale, in cui la surrogata è solo un “involucro”. In questo caso l’embrione è creato con fecondazione in vitro usando ovulo e seme degli “aspiranti genitori”; ovulo o seme proveniente da una donatrice o un donatore; sia ovulo che seme provenienti da donatori. Negli ultimi anni si pratica in modo quasi esclusivo la surrogazione gestazionale, nel tentativo di eliminare qualcuna delle ingenti complicazioni etiche relative al legame che si instaura tra donna e bambino durante la gravidanza.
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