di Giorgio Bernardelli
Di fronte a notizie enormi e drammatiche come quelle di Parigi a volte sono i dettagli ciò che ti resta più in testa. Così in questa lunghissima e dolorosa notte mi ha colpito l’ospedale da campo subito allestito fuori dal Bataclan, il teatro della terribile esecuzione degli ostaggi. Mi ha colpito perché è un’espressione che – dopo la prima intervista rilasciata da papa Francesco, quella a padre Antonio Spadaro per Civiltà Cattolica – è diventata un’espressione ricorrente nei nostri discorsi in casa cattolica. La Chiesa come ospedale da campo per chi è ferito.
Solo che – come ci capita spesso – quell’espressione si è andata addolcendo molto in fretta. Diciamo ospedale da campo, sì, ma ce lo immaginiamo comunque come qualcosa di epico. Una bella immagine ad effetto.
Poi, però – in una notte di novembre – capita che la cronaca un ospedale da campo vero ce lo porti nel cuore di una nostra metropoli occidentale. E ce lo porti nel suo aspetto più crudo: un ospedale da cui si sente nelle orecchie l’eco degli spari dei kalashnikov; un ospedale in cui le ferite sono anche quelle di una pallottola sparata all’impazzata da un gruppo di ragazzini addestrati a un odio cieco e fanatico; un ospedale dove sperimenti l’impotenza davanti ai cadaveri ammucchiati senza poter fare nulla. E allora: quale Chiesa essere qui, in questo ospedale da campo decisamente più scomodo di come ce lo immaginavamo?
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