di Andrea Tornielli
gli «stati generali» della Chiesa italiana Francesco non è venuto a dare ricette, né tantomeno a presentare un «progetto bergogliano» con il quale sostituire altri progetti o chiudere vecchie stagioni ecclesiali. Eppure le sue parole sono destinate a segnare uno spartiacque. Nel suo lungo e articolato discorso, tenuto sotto la cupola del Duomo di Firenze con l’affresco del Giudizio universale, il Papa ha proposto alla Chiesa italiana un minimalismo evangelico centrato sullo sguardo all’umanità di Gesù, sulla predilezione per i poveri e sull’apertura al dialogo e al confronto con tutti. Non ha fatto discorsi astratti sull’«umanesimo», ma ha usato parole «semplici e pratiche». Ha indicato tre sentimenti di Gesù – l’umiltà, l’interesse per la felicità dell’altro, la beatitudine evangelica – e ha messo in guardia dalle tentazioni di confidare «nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte» e di una fede «rinchiusa nel soggettivismo».
Nel tracciare il cammino, Francesco suggerisce a tutti di guardare al «cristianesimo generico» del popolo di Dio, anche dove è un piccolo gregge un po’ sgangherato, piuttosto che puntare sui movimenti organizzati, sulle élite d’assalto, sui progetti che credono di influenzare il pensiero di massa attraverso le «battaglie culturali».
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