
di Maurizio Patriciello
Una coincidenza, forse. O, forse, il tocco delicato della carezza di Dio per ricordarci che non siamo soli, che ci sta accanto, che ci ama e soffre con noi e per noi. Chissà. Un giorno tutto ci sarà chiaro; oggi dobbiamo muoverci nella penombra della sera. Oggi ci viene chiesto di esercitare la fiducia. Fidarsi di Dio che ci comanda, contro ogni logica umana, di andare ad abbracciarlo camminando sulle acque. Che insiste nel chiederci di calare le reti in una notte buia e senza stelle, quando il mare è avaro e la pesca è desolante. Te lo chiede Lui, e tu, per niente convinto, obbedisci solo perché hai fiducia in Lui. Giovanni, mio fratello, è morto. La leucemia lo ha consumato in pochi mesi. Uno spasimo straziante. Una croce pesantissima da trascinare. Il dolore forte non lasciava spazio per riflessioni filosofiche o teologiche. Eppure, nonostante il morso acuto che gli rubava il riposo, l’aria, la vita, Giovanni mi chiedeva: «Perché? Perché?». «Perché che cosa, Giovà?». «Perché la sofferenza, Miziò …». Già, perché la sofferenza. E chi lo sa? Nemmeno Gesù, a riguardo, volle sciogliere l’enigma. Una cosa è certa: mai il patire è vano. Come concime, misteriosamente, fa germogliare i deserti aridi delle nostre vite.
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