di Roberto Beretta
Però è vero. È vero che – come ha notato qualcuno commentando il mio ultimo post – l’arrivo di Papa Francesco ha come improvvisamente spento il dibattito, che prima si innalzava feroce tra “tradizionalisti” e “innovatori”. Come mai? Secondo me, da una parte (convenzionalmente la “sinistra”), perché l’impressione di “aria nuova” è viva e palpabile, si vive il senso che qualcosa finalmente sta cambiando e dunque sono ormai inutili le proteste e le recriminazioni di prima. Dall’altra parte – diciamo “da destra” – non si condivide parecchio di quanto il Papa fa o dice (e come lo fa o lo dice), tuttavia si ha ritegno a criticarlo perché… perché il Papa secondo i super-cattolici non si può e non si deve mai criticare! (P.S. tra l’altro, fa
leggermente sorridere notare oggi su questo blog i commenti anti-francescani di persone che fino a ieri sembravano intransigenti nel sostenere che il Pontefice – qualunque Pontefice - non si può mai contestare…).
Per questo non m’inquieto se i colleghi Gnocchi & Palmaro (con le cui idee peraltro sono spesso in disaccordo) sostengono che “questo Papa non gli piace”: ritengo sia una posizione legittima, sempre; su questo Pontefice, su quello precedente e su tutti gli altri – san Pietro compreso. Chi lo nega è destinato a finire nella gabbia del clericalismo, con l’idea che il cristianesimo pretende un’adesione “tutto compreso”, prendere o lasciare.
Piuttosto mi fa più paura un altro atteggiamento, riferitomi da un amico prete; al quale il suo parroco (tutt’altro che anziano…) avrebbe detto più o meno così, riferendosi naturalmente a Papa Francesco: “Ma dove crede di andare, questo qui?”. E mi preoccupo non tanto perché si tratti di possibile lesa maestà, o magari di una sorta d’insubordinazione al “capo supremo” della Chiesa; no: è ben peggio. È la sfiducia nella possibilità di cambiare (in linguaggio cattolico si direbbe “convertirsi”), è la concezione della fede come una catena che – certo – fornisce sicurezza e appoggio, ma è anche laccio dal quale si ha paura di slegarsi, magari per non perdere i vantaggi che finora ha procurato. Una immutabile (?) fedeltà in cambio della propria libertà.
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L’accettazione di una critica o di un commento, anche antipatico, dipende spesso dalla persona che muove questa critica. Chi impegna la vita per il prossimo e (solo di conseguenza) per la chiesa, ha diritto di fare tutte le critiche che vuole. Succede però che chi fa, guarda alla sostanza più che alla forma e.. tace, mentre chi non si impegna ha sempre qualcosa da ridire e non si fa scrupolo di proclamarlo al mondo intero.