Sono stato a Verona domenica 19 maggio: concerto degli One direction, Piazza Bra, dove sorge l’Arena, stracolma di ragazzine ma anche di genitori, papa e mamme con lo zaino a tracolla mentre le figlie sono in fila per assistere al concerto della più famosa, mi dicono, delle young bands nel mondo. Un’atmosfera strana: le grida delle adolescenti ad ogni minimo movimento di chiunque fosse nello spazio riservato attorno all’Arena, e gli sguardi nello stesso tempo divertiti, preoccupati e anche un po’ imbarazzati dei loro genitori. L’esaltazione raggiunge il massimo all’arrivo delle stars che a me capita casualmente di vedere da vicino: ragazzetti biondo platino, tutti carini e ben vestiti, ben addestrati a comprendere le esigenze dello spettacolo. Migliaia di famiglie venute a Verona per soddisfare il desiderio delle figlie di star vicine ai loro beniamini: certo, nessun elemento tipico dei concerti rock, alcol, droghe, stranezze varie. Anzi tutte vestite carine, al massimo un tocco di pennarello sul trucco con il monogramma 1D, o una scelta di colori tipici della band, bianco rosso, come quelli dell’Inghilterra, dominatrice della scena musicale contemporanea.
Ma quello che accade a Piazza Bra’ e che si ripeterà fra qualche giorno anche a Milano non è soltanto un semplice concerto: quei giovani cantanti, gli 1D, non sono soltanto un
fenomeno artistico ma anche sociale e culturale e probabilmente anche religioso. Il termine non è forzato: infatti, a mio parere, si tratta di un fenomeno “religioso” nel senso proprio dell’espressione: 1D indica un’appartenenza non soltanto sociale ma ideale, spirituale quasi, se questo termine non sembrasse inadeguato alla concomitanza della Pentecoste.
I volti rigati di lacrime delle ragazzine non sono la semplice esaltazione emotiva di un momento, la forza suggestiva della folla. Bisognerebbe indagare a fondo cosa significhino gli 1D per queste migliaia di giovani adolescenti che saranno le donne di domani. E poi c’è l’altro fenomeno: quelle famiglie hanno fatto centinaia e centinaia di chilometri, sostenuto spese ben maggiori dei semplici biglietti per accontentare le figlie. Anche in questo caso la domanda: ci troviamo di fronte al semplice fenomeno dei genitori maggiordomi, pronti a soddisfare ogni capriccio della figlia principessa, incapaci appunto di sopportarne le lacrime o invece il fenomeno meriterebbe una riflessione ulteriore che spero di suscitare tra i lettori: che cosa vedono questi genitori negli occhi delle figlie directioners? Il compiacimento che abbiano scelto una band così piuttosto che una trasgressiva? Lo scampato pericolo di non dover affrontare spacci e ubriacature? Una specie di rimborso per il poco tempo passato a parlare con le figlie? Non lo so. Che ne dite?
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