di Luigi Accattoli
“Una donna grazie alla fisioterapia è riuscita a riprendere l’uso della mano per poter mangiare da sola, dopo tre giorni è morta, ma ricordo ancora la sua faccia contenta. Perché non dovremmo farlo?”
Don Aldo Trento, missionario ciellino in Paraguay, si dedica all’assistenza dei malati terminali ad Asunciòn e così narra ad “Avvenire” del 19 aprile 2013 l’avventura della clinica che ha realizzato otto anni addietro per accogliere gratuitamente i colpiti dall’Aids che vedeva morire per strada: “Il malato non è segno di Cristo, ma è Cristo. Chi viene qui deve dire: ‘Io voglio dare la vita per loro’. Qui tutto è bello e tutto è lacrime. C’è chi ci chiede come mai investiamo tanto nella riabilitazione di questi malati. Una donna grazie alla fisioterapia è riuscita a riprendere l’uso della mano per poter mangiare da sola, dopo tre giorni è morta, ma ricordo ancora la sua faccia contenta. Se fosse anche solo per un minuto di contentezza, perché non dovremmo farlo? Una cosa è la terapia del dolore, un’altra è imbottire di morfina. Bisogna educare a stare a fianco, ma questo cozza contro la mentalità egoistica: suor Sonia sta lì giorno e notte e con una carezza li fa sentire amati”. Dedico le parole di don Aldo a quanti hanno in casa o visitano all’ospizio un familiare colpito da grave malattia o comunque non autosufficiente e si accontenta di procurargli, come può, “un minuto di contentezza”.
post originale http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1260
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