Sul sito della Treccani, Valerio Novelli traccia il quadro della comunicazione, dopo l’avvento di Power point
Abitiamo l’era dell’iconismo – un mondo di segni che rimandano per somiglianza alla realtà denotata – e ci siamo abituati in fretta a maneggiare scritture espressive, trovatine grafiche, simbolismi iconici di ogni sorta, buoni per chat, sms e via digitando: Noooo… – Che fai, non vieni????!!!! – Non capisci niente – Te lo ripeto: un film b-r-u-t-t-o – AIUTO! – Ti devo raccontare qualcosa di *speciale* – che due o o (leggi: palle), e poi, naturalmente, JL (faccine) di ogni tipo.
Saper digitare non basta?
C’è un movimento complessivo, come una marea montante, che sta investendo la sostanza oceanica dell’italiano contemporaneo da almeno una quarantina d’anni, in direzione della semplificazione delle strutture; sommovimento al cui interno, in verità, le scorciatoie grafiche tipo
TVTB ‘ti voglio tanto bene’,
cmq ‘comunque’,
t ‘ti, te’,
7mbre‘settembre’ e – estremistico, nella brutta copia di un test scolastico liceale di storia –
85 ‘ottomano’ (5 = mano, secondo il motto
dammi il cinque < ingl.
gimme five) si manifestano come frizzanti bollicine volatili, destinate a risalire rapidamente oltre la superficie per manifestarsi in una lieve pirotecnia di scoppiettii. Come scrive Giuseppe Antonelli (in
Lingua, in
Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi, a cura di A. Afribo ed E. Zinato, Carocci, Roma 2011, pp. 41-42), resta da capire come la disinvolta pratica nella «neoepistolarità tecnologica», l’esperta padronanza degli alfabeti adattativi della digitazione, «conviva con gli allarmanti dati sull’analfabetismo»: «dilaga, in particolare, quello che viene definito analfabetismo “funzionale”, ovvero l’incapacità di comprendere adeguatamente un testo» Secondo i dati OCSE-Pisa del 2009 (
http://www.invalsi.it/), un quinto dei quindicenni italiani mostra scarsi risultati nella lettura. Cioè, faccine o non faccine, quel quinto non capisce bene o capisce male, e anche molto male, quello che legge.
Argomentare semplificando
In realtà, risalendo dai danni ai processi obiettivi più generali, gli elementi di semplificazione della lingua arrivano a toccare livelli più profondi, “tradizionalisti” e conservativi, come la sintassi. Ci vuole la giusta considerazione per l’impatto a lungo rilascio di decenni di televisione e neotelevisione, poi di rete e multimedialità, col conseguente approccio sempre più desacralizzato alla scrittura, per capire come perfino le strutture dell’italiano più colto e catafratto al cambiamento possano essere state sottoposte a torsioni significative. Per dire, nell’alta prosa divulgativa, oggi, a differenza di 60-70 anni fa, non si scende sotto il secondo grado di subordinazione. Nella prosa giornalistica, calano il numero medio delle parole per frase e il numero medio di proposizioni per periodo, secondo quanto spiega sempre Antonelli nel saggio citato.
Giornali iconici
E qui torniamo al tema dello sguardo e delle icone, del modo di percepire e di costruire la realtà dei segni tecnologicamente modificata. Ci rendiamo conto che la costruzione della pagina (su carta, ma soprattutto in rete) di un giornale è sempre più iconica? E che gli elementi scritti si interfacciano continuamente, spesso attraverso sequenzialità multimediali che puntano alla sincronicità e alla giustapposizione, con elementi spiccatamente visivi (foto – spesso gallerie in modalità automatica di “presentazione” –, grafici, video), quando non siano essi stessi segnali di attenzione e puntamento verso altri testi (brevi scritte, titoletti linkabili)? Così succede, almeno dagli anni Novanta, anche nella scrittura professionale, nella quale abbondano rientri di paragrafo, elenchi puntati, frecce, diagrammi a box collegati da linee. Il mondo aziendale ne sa qualcosa più degli altri, perché il programma di presentazione di contenuti chiamato PowerPoint (PP), evoluzione elettronica dell’allestimento di rassegne di diapositive e lucidi, «ebbe il suo vero debutto in società nel febbraio del 1992, quando in un hotel parigino il suo creatore Robert Gaskins lanciò la versione 3.0, già simile a quella che conosciamo oggi» (Guido Vitiello, «Corriere della sera»,11 marzo 2012, La Lettura, p. 6
http://lettura.corriere.it/).
I diagrammi no!
Le slide virtuali di PP rappresentano, secondo la lettura di Vitiello, «un sistema che ha per imperativo la semplificazione, un rasoio di Ockham brandito come una mannaia». In effetti, come sempre, gestire armature logico-eidetiche innovative abbisogna di perizia. Non basta martellare con frasi nominali; non basta eleggere a motore ieratico i verbi all’infinito, sospesi tra illuminazione e ingiunzione; non basta disossare le strutture logiche e sintattiche eliminando congiunzioni e coesivi anaforici e cataforici (per realizzare risparmio di tempo); non basta, insomma “fare l’elenco” per imprimere nelle mente i concetti e far scorrere piacevolmente la presentazione del tema trattato. Non basta perché ci si dimentica quasi sempre che il testo in PP è un testo di supporto, non è destinato a vivere autonomamente se non come paginate di appunti – ma vergati da qualcun altro al posto nostro: e si sa, dai tempi della scuola, quanto sia più difficile studiare sugli appunti di qualcun altro che su quelli presi da noi stessi. Invece, molti conferenzieri, capi-progetto, motivatori aziendali dimenticano questo non irrilevante particolare. Perciò si incappa in situazioni estreme di vario tipo: testi in PP dannatamente lunghi (ma minati dai bullet points, per carità) che l’oratore si sente in dovere di leggere, vanificando tutta la necessaria retorica e pragmatica dell’oratoria argomentativa; testi in PP farciti di diagrammi complicatissimi, per un uditorio da Moment Act™, perché semplificare, in realtà, non sempre si può; testi in PP che non hanno nulla degli appunti e scorrono fluenti per pagine e pagine, saltando soltanto i dunque e gli infatti: terrificanti, sempre per chi ascolta, al momento della lettura del conferenziere; per fortuna buoni per il momento successivo della rilettura autonoma da parte dell’impiegato stabile o collaboratore flessibile e flesso; inutili come terminale di uno strumento, il programma PP, che vorrebbe altre modalità d’impiego.
Insomma, non soltanto semplificare, in fatto di ragionamenti e di lingua, può non bastare: quando dipenda da scelte soggettive, pur frutto di spinte sistematiche (tutti al lavoro si usa PP), bisogna saperlo fare.
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