di Augusto Cinelli
Come andremo a finire? Che cosa ci aspetta dopo la morte? Che cosa possiamo veramente sperare per il futuro dell’uomo in un contesto di diffusa incertezza, segnato peraltro da ripetuti annunci apocalittici? E cosa ha da dire la proposta cristiana sul compimento della storia rispetto alle visioni di altre religioni e dei nuovi culti? Sono gli interrogativi ai quali ha cercato di rispondere il convegno delle diocesi del Lazio svoltosi ieri nell’Abbazia cistercense di Casamari, in provincia di Frosinone, per iniziativa della commissione per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale laziale, presieduta dal vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno Giuseppe Petrocchi che ha introdotto i lavori dell’assise, dal significativo titolo “Fine del mondo o avvento del Regno?”.
Temi di pressante attualità, quelli presi in esame dall’incontro, come ha
sottolineato il vescovo della diocesi ospitante di Frosinone-Veroli-Ferentino Ambrogio Spreafico in apertura dei lavori, coordinati da monsignor Marco Gnavi, segretario della commissione regionale per l’ecumenismo e il dialogo. Temi che gli 800 partecipanti, tra insegnanti di religione e di materie umanistiche, studenti, sacerdoti e operatori pastorali, hanno potuto prendere in esame in un anno, come il 2012, particolarmente investito da predizioni apocalittiche. E proprio da un’analisi dell’odierno scenario culturale ha preso spunto l’intervento dell’Arcivescovo metropolita di Oristano Ignazio Sanna, che ha rintracciato nell’istanza del futuro e nel processo della globalizzazione i due caratteri che più marcatamente segnato la cultura contemporanea, causando la diffusione di una “escatologia secolarizzata”, in cui “tutto si consuma sotto il cielo”, e della “precaria immortalità del successo” al posto della fede nell’immortalità dell’anima.
In un tale contesto, ha rimarcato Sanna, “appare difficile per la fede cristiana presentare il proprio messaggio di speranza nella vita eterna”, che resta l’unica risposta per un mondo “ricco di mezzi ma povero di significati” e che va proposto con tutta la sua portata responsabilizzante nei confronti della libertà umana.
Di segno profondamente diverso la prospettiva orientale delle religioni indiane, le cui strutture di pensiero, presentate da Michael Fuss, docente all’ Università Gregoriana di Roma, rimandano non ad un compimento del mondo e tantomeno alla fede in un Dio creatore e giudice, ma alla necessità di una conversione dell’individuo nel presente, fino allo svuotamento di sé. Una
visione, questa, che comporta comunque “una grande responsabilità personale di fronte all’universo”. Quella responsabilità che invece appare smarrita nell’ effervescente immaginario escatologico dei nuovi culti millenaristici, impegnati a “voler fissare l’ora, il giorno e magari anche il luogo” della fine del mondo, come ha spiegato il sociologo Vincenzo Pace, docente all’Università di Padova. Un fenomeno che sfida le religioni tradizionali con effetti socio-politici, come nel mormonismo e nell’evangelicalismo fondamentalista americano, e con “l’onda spiritualista” del neopentecostalismo, alla conquista dell’Europa “via Africa”. E che trova terreno fertile su internet, mentre emerge la “mistica vuota” del neo-indigenismo precristiano (le credenze Maya) e la letteratura scopre l’apocalisse in stile horror. Aspetti, questi, trattati ieri nella tavola rotonda con Alessandro Olivieri Pennesi, dell’Istituto “Ecclesia Mater” di Roma, Adolfo Morganti, del Gruppo ricerca e informazione sulle sette, e Michael Fuss.
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