Il cardinale Annibaldo
de Ceccano
1282 ca – 1350
Breve profilo storico
di
Pietro Alviti
agosto 1994
Proviseur alla Sorbonne nel 1320 e fondatore della biblioteca della più antica università di Francia, arcivescovo di Napoli nel 1326, cardinale di S. Lorenzo in Lucina l’anno successivo e poi cardinale vescovo di Frascati dal 1333 alla sua morte, avvenuta il 17 luglio del 1350 a S. Giorgio a Liri, probabilmente avvelenato.
E’ l’estrema sintesi della vita di un ceccanese illustre, il cardinale Annibaldo, uno dei principi della curia avignonese.
La famiglia dei de Ceccano, i più importanti signori della Campagna, aveva già espresso due cardinali: Giordano e Stefano. Annibaldo ricopre però un ruolo molto importante come espressione vera della chiesa di quel tempo nei suoi pregi e anche nei suoi difetti più evidenti.
Rampollo di una famiglia molto importante all’inizio del XIV sec., si aprì subito per lui il più luminoso dei cursus honorum: fu inviato a studiare a Parigi, alla Sorbonne, dove in breve tempo conseguì la laurea in teologia e si impose per le sue doti, diremmo oggi, manageriali.
Divenne infatti proviseur della fondazione universitaria, il rettore: assieme a lui c’era il cugino Stefaneschi che sarà il suo amico più vero, tanto da spingere Annibaldo ad inserire nel suo stemma cardinalizio, assieme all’aquila del Conti di Ceccano, le mezze lune della famiglia Stefaneschi. E’ l’attuale stemma municipale di Ceccano.
I successi parigini, fra cui la costruzione della cappella nuova all’interno dell’Università, attirarono su di lui l’attenzione della corte papale, trasferitasi ad Avignone dal 1309: fu Giovanni XXII ad apprezzare per primo le qualità del giovane chierico Annibaldo. Lo nominò nel 1317 canonico di Notre Dame e nel 1318 arcidiacono di Arras.
Nel 1323 ricevette il canonicato di S. Pietro e fu chiamato ad Avignone dove svolse due interessanti compiti prima della berretta cardinalizia: si schierò apertamente per la canonizzazione di S. Tommaso d’Aquino, suo cugino, e dette un fortissimo aiuto al papa sulla questione della Visione Beatifica, scrivendo numerosi trattati di cui purtroppo non abbiamo traccia.
La nomina ad arcivescovo di Napoli segnò il suo definitivo ingresso nella nomenclatura avignonese, confermata poi dalla investitura cardinalizia, con il titolo di cardinale prete di S. Lorenzo in Lucina nel 1327.
Tre anni dopo intraprendeva la costruzione del suo palazzo, la livrée cardinalice, ad Avignone, la livrée Ceccano, che attualmente accoglie la Mediatheque Municipale che porta appunto il suo nome gentilizio, Ceccano: si tratta di un edificio poderoso, fa da pendant a Notre Dame de Doms e al Palazzo Papale che proprio in quegli anni Benedetto XII trasformava in una vera e propria fortezza per affermare una qualche autonomia della S. Sede dal reame francese.
Edificata presso la Chiesa di St. Didier, tanto da incorporarne quasi la guglia, la livrée Ceccano è la vera espressione della potenza economica di Annibaldo. Insieme al Petit Palais è l’unica livrée salvatasi dai rifacimenti edilizi e dai mutamenti storici nella cittadina provenzale.
Il 23 aprile del 1343, dopo le celebrazioni della Pasqua, Clemente VI esprime il desiderio di prendersi qualche giorno di vacanza e Annibaldo ha il suo trionfo: invita il pontefice nella sua residenza di Campagna, a Gentilly, a poche miglia da Avignone.
Il papa viene accolto splendidamente: assieme a lui Annibaldo ospita i 15 colleghi cardinali, 20 prelati della corte e 50 signori. Davanti a Clemente VI passano i migliori cibi di Francia, gli spettacoli più belli, i vini più raffinati, sgorganti da una artistica fontana.
Le buffet d’Annibal è ancora famoso ad Avignone, fra la gente che deve parlare di un grande banchetto: è un’espressione popolare.
Per 15 giorni la corte pontificia ammira lo splendore del de Ceccano. E Annibaldo fa sicuramente colpo sul papa che non può non fare paragoni con le feste, ben più misere al confronto, offerte dagli altri cardinali.
Annibaldo infatti diventa sempre più potente nella corte pontificia: un vero principe. Testimonianza ne è l’incarico da lui affidato a Simone Martini di affrescare il Palazzo Pontificio.
Il principe di Campagna è dunque ora un grande mecenate avignonese che soffrirà alquanto a Roma, dove le sue origini non gli saranno mai perdonate. Viene inviato come legato pontificio nell’Urbe in occasione del giubileo del 1350: a Roma governa Cola di Rienzo.
Quando il de Ceccano arriva nella città santa, gli Orsini, i Colonna, i Caetani e le altre famiglie romane, tutte interessate a mantenere alta la tensione, non perdono l’occasione per sfottere il campagnino, il burino, il ciociaro di Ceccano. E Annibaldo si lamenta con Clemente VI: ad Avignone sono un principe, qui vengo preso in giro da quattro squinternati.
Prima della missione italiana, Annibaldo era stato legato in Francia ed in Inghilterra nel 1342.
Missione non troppo fortunata: Clemente VI voleva essere l’ago della bilancia tra le due potenze nascenti ed in guerra fra loro. Nessuna delle due era troppo interessata a questa ulteriore tutela.
L’incarico di Annibaldo diventa subito complicato e il cardinale va in giro da una fortezza all’altra senza riuscire a combinare niente, anche se le due corti avversarie gli dimostrano simpatia e lo ricoprono di benefici che Annibaldo accetta ben volentieri per sé e per la sua famiglia.
Egli infatti ha tre grandi progetti: un grande convento di Frati Minori a Ceccano, una casa dello studente a Roma per ospitare 24 chierici ceccanesi, una fondazione a Parigi per accogliere e seguire i più meritevoli fra quegli studenti ed inserirli nella corte pontificia. Nessuna delle tre fondazioni purtroppo diventerà realtà a causa dell’improvvisa morte di Annibaldo.
Di ben altro tono la missione italiana caratterizzata da successi diplomatici e dall’irretimento di Cola di Rienzo fin a prepararne l’immediato definitivo insuccesso. Annibaldo è nominato Legato nel 1349 e porta a Roma le bolle per l’indizione del giubileo del 1350.
S. Brigida, la svedese protagonista spirituale di quella stagione romana, lo chiama il cardinale del giubileo. Annibaldo ha ogni potere del romano pontefice e come un papa si comporta a Roma, tenendone tutti i comportamenti e gli stili: è proprio questo forse ad attirargli le antipatie dei romani che lo vedono come un parvenu, rimproverandogli in modo ossessivo la sua origine ceccanese.
Nel maggio del 1350, mentre si sta recando processionalmente da S. Pietro dove alloggiava a S. Paolo fuori le mura, subisce un attentato. Roma non è la placida Avignone: Annibaldo sperimenta sulla sua spelle l’astiosità delle famiglie romane.
Un colpo di balestra lo sfiora: sono in molti a dire che proprio Cola di Rienzo avrebbe manovrato l’arma da una finestra di S. Spirito dove era rinchiuso.
Annibaldo d’altronde era stato molto duro con il tribuno: da Montefiascone aveva ratificato la scomunica nei confronti del dittatore capitolino. Certamente non era avvezzo alle manovre oscure delle famiglie romane attorno al capitano del popolo.
Con sollievo parte verso Napoli per la seconda parte della sua missione: doveva riuscire a pacificare il reame sconvolto da lotte dinastiche ed ereditarie.
Non gli arriverà mai la lettera di Clemente VI che, mosso dalle proteste del cardinale di Frascati, lo richiamava ad Avignone.
Ha il tempo di fermarsi a Ferentino per dirimere una violenta lite sorta tra i vescovi della sua Campagna, i presuli di Ferentino, Anagni, Alatri e Veroli, e il suo delegato spirituale.
Un resoconto di questo processo è nell’archivio della cattedrale di Anagni e dimostra la grande abilità diplomatica di Annibaldo.
Va a trovare la madre a Gaeta ed è ospitato a Montecassino dai monaci: il 17 luglio muore a S. Giorgio a Liri.
I maligni dicono a causa di una indigestione, altri, forse con più ragione, lo dichiarano avvelenato dal vino. E’ lo stesso Dante a testimoniare nella Commedia del diffuso costume di avvelenare gli “ospiti” alla fine di un banchetto.
Cola di Rienzo riesce con il veleno là dove ha fallito con la balestra? Non lo si saprà mai: con Annibaldo muoiono un nipote ed altri due famigli.
Viene sepolto a Roma nella basilica di S. Pietro alla fine di quel caldissimo e fatale luglio del 1350: le sue ossa riposano nella cappella del tanto caro cugino Stefaneschi.
Certamente Annibaldo, contemporaneo di Dante e di Petrarca, che gli indirizza una delle sue lettere familiari, è un uomo del suo tempo, un vero principe della chiesa, forse troppo attaccato ai benefici per sé e per la sua famiglia. Probabilmente sarebbe vissuto meglio un secolo dopo, quello dei principi mecenati: le sue ricchezze, il suo sfarzo, la sua abilità diplomatica avrebbero trovato migliore apprezzamento.
e qui il profilo ben più articolato de il Dizionario biografico degli Italiani
annibaldo-caetani_(Dizionario-Biografico)
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