L’esercito sovietico invase l’Ungheria il 4 novembre del 1956, 70 anni fa, dopo alcune settimane in cui il governo magiaro presieduto da Nagy Imre aveva cercato di rendersi indipendente dalle logiche dei blocchi. Alle 5:20 del mattino, il Primo Ministro Imre Nagy pronunciò alla radio di Stato un disperato e storico appello al mondo: Qui parla il Primo Ministro Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno lanciato un attacco contro la nostra capitale con l’evidente intenzione di rovesciare il governo legale e democratico dell’Ungheria. Le nostre truppe stanno combattendo. Il governo è al suo posto. Comunico questo fatto al popolo del nostro Paese e al mondo intero. L’Unione Sovietica impiegò una forza d’urto massiccia, mobilitando circa 200.000 soldati e 4.000 carri armati per occupare le strade della capitale e neutralizzare la resistenza dei civili, degli studenti e dei lavoratori. I combattimenti urbani durarono fino al 10 novembre, provocando la morte di circa 3.000 ungheresi e il ferimento di oltre 19.000 persone. Più di 200.000 profughi fuggirono verso l’Occidente. Nonostante la forte solidarietà dell’opinione pubblica occidentale, i governi europei e gli Stati Uniti scelsero di non intervenire militarmente per evitare lo scoppio di un conflitto globale con l’URSS. In Italia, l’evento provocò una profonda spaccatura nel panorama politico, con il Partito Comunista Italiano (PCI) che si allineò alla posizione di Mosca, definendo l’insurrezione una “controrivoluzione. 100 intellettuali firmarono una petizione contro la posizione di Togliatti. Fra loro Lucio Colletti, Renzo De Felice, Natalino Sapegno, Italo Calvino, Giuseppe Di Vittorio, allora segretario della Cgil.

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