di Franco Cardini

Lo Halloween ha ripreso a partire da alcuni centri soprattutto rurali presbiteriani del New England le desuete forme carnevalesche (in tutto il mondo cristiano-riformato fermamente condannate e represse), per celebrarle però non già verso la fine dell’inverno (il Carnevale è una “festa mobile”, di origine lunare come la Pasqua). Ma, se il Carnevale ha origini probabilmente grecoromane e forse misteriche cristianizzate, la parola inglese Halloween ci riconduce a un’espressione arcaica d’origine anglosassone per celebrare invece una festa di metà autunno, Ognissanti. L’etimo anglico, quindi germanico, non deve ingannarci. La festa di Ognissanti è stata “inventata” probabilmente tra X e XI secolo dai monaci benedettini dell’abbazia borgognona di Cluny (i “cluniacensi”), i quali – impiantati in un mondo celtico da non molto convertito al cristianesimo – intendevano sradicare una festa folklorica tipica di quei luoghi e di quelle genti. Il Samain d’inizio novembre richiamava al tempo delle semine e al culto degli antenati (ed eccoci ancora una volta ai morti). Insomma, l’accostamento non è né antropologicamente né filologicamente insostenibile. I monaci cluniacensi proposero ai loro fedeli ancora un pochino impregnati di usanze pagane di non celebrare più – con intento magico di propiziazione per un buon futuro anno agricolo – i contadini loro antenati, bensì di dedicare due giorni di preghiera all’inizio di novembre a tutti i santi (“Ognissanti”, appunto); e il 2 novembre ai defunti che magari santi non erano, ma che proprio per questo avevano bisogno di preghiere. La Feria omnium sanctorum, la festa di Ognissanti, in area anglogermanica venne chiamata Halloween.
Ma in questa faccenda la cultura anglogermanica che cosa c’entra? E poi, tutti sanno che Halloween ci viene dall’America settentrionale. Lo spostamento geoetologico è presto spiegato. Con la Riforma protestante il culto dei santi venne abolito nei Paesi “riformati”: tra essi l’Inghilterra e la Scozia, da dove a partire dal Cinque-Seicento partirono numerosi i pellegrini presbiteriani, cioè calvinisti i quali non intendevano ottemperare alla disciplina anglicana: insomma i “puritani”. Tra loro, molti erano gli agricoltori abituati a celebrare la festa di Ognissanti, ma non immemori dell’antico Samain celtico magari “demonizzato”, con gli spiriti dei morti che assumevano valenza diabolica (il New England è celebre area di credenze stregoniche: avete presente il processo alle streghe di Salem del XVII secolo e Il Crogiolo di Henry Miller?). Ebbene, la Chiesa presbiteriana aveva in orrore il culto dei santi e vietava di celebrarlo: ma i contadini angloscozzesi immigrati a quel punto non fecero altro che tornare alla loro antica festa pagana decristianizzata: l’Halloween, con i suoi “dolcetti o scherzetti” e le sue zucche svuotate e ridotte a sferici teschi traslucidi che brillano nelle notti dell’autunno americano con le loro brave candele all’interno.
Ovviamente, americanofilia e cinema hanno fatto in modo che, mentre il nostro Carnevale langue perfino a Viareggio e a Venezia – e se ne sono comunque perdute le origini cristiane e prepenitenziali -, lo Halloween stregonico e diabolico d’origine newenglander impazzi. E i nostri cimiteri, svuotati all’inizio di novembre di giorno perché noialtri postcristiani ce ne freghiamo della memoria dei nostri morti e non la insegniamo più ai nostri ragazzi, si riempiono talvolta di notte perché la macabra profanazione di tombe rientra nelle squallide americanate necromantiche d’Oltreoceano. Il servilismo nei confronti degli States ha parecchi volti, e pure il culto delle zucche vuote ha il suo posto: si comincia con quelle di Halloween e si finisce con Trump.
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