Ieri, nel giorno di Chiara di Assisi, abbiamo dato l’ultimo saluto terreno a mia cugina Maria Luisa Popolla, nella chiesa di S. Nicola a Ceccano. Ora è nelle braccia di quel Signore in cui ha creduto e che ha annunciato nel suo ministero di catechista e che ha raccontato ai suoi alunni. Di lei, più grande di me, mi piace ricordare due situazioni: nella prima, avevo 13 anni, e quando si è piccoli bastano pochi anni per scavare abissi difficilmente colmabili. Mia madre mi mandò da mio cugino Roberto, fratello di Maria Luisa, ad imparare un po’ di greco prima di frequentare il ginnasio. A casa di zia Cesarina, moglie di Elio, quell’uomo buono, fratello di mia madre, più volte ho sperimentato la verve di Maria Luisa, ragazza piena di vita, spesso in conflitto generazionale con i suoi, come capitava a tutte le ragazze in quegli anni. L’altra situazione sta nella immeritata ammirazione che Maria Luisa aveva per me quando tenevo i corsi di aggiornamento per gli insegnanti di religione. Ora a Maria Luisa non occorre più la virtù teologale della speranza: vede direttamente quel volto del Signore cui ha ispirato la sua vita. Nella foto, Maria Luisa è quella con il vestito a fiori, in mezzo alle sue cugine. Dietro di lei due uomini gentili che l’hanno accolta, Tommaso Francazi e Tittuccio Bruni. Salutaci tutti, Maria Luisa, e arrivederci.

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