Inquinamento Valle del Sacco, non sono opinioni, sono dati!


di Giulio Piroli

A proposito del rapporto Arpa Lazio sulla Valle del Sacco abbiamo ricevuto un interessante commento di Giulio Piroli, che volentieri pubblichiamo a sua firma.

Qui non siamo più nel campo delle opinioni. E nemmeno delle appartenenze politiche. Qui parlano le date, gli atti pubblici e i dati degli organismi istituzionali. E le date, purtroppo, raccontano una storia che dovrebbe imporre almeno il pudore del silenzio a molta parte della politica che, nei decenni passati, ha governato questo territorio a ogni livello.

5 maggio 2005: alla Camera dei Deputati si discute già formalmente dell’“emergenza ambientale nella Valle del Sacco”. Nei campioni di latte degli allevamenti erano stati rilevati livelli elevati di beta-esaclorocicloesano (β-HCH) e la contaminazione era stata riscontrata anche nelle acque del Sacco. Non ieri. Nel 2005. Nel 2006 viene dichiarato lo stato di emergenza socio-economico-ambientale. Nel 2008 il Ministero dell’Ambiente perimetra ufficialmente il Sito di Interesse Nazionale del Bacino del Fiume Sacco. Nel frattempo le caratterizzazioni ambientali documentano nei terreni non soltanto HCH, ma concentrazioni rilevanti di arsenico, piombo, vanadio, rame, manganese e zinco, anche nelle aree agricole ripariali. Passano gli anni. Nel 2016 un nuovo decreto ministeriale ridefinisce ufficialmente il perimetro del SIN. Passano ancora gli anni. Nel 2019, quattordici anni dopo l’esplosione pubblica dell’emergenza, viene sottoscritto l’Accordo di Programma tra Ministero dell’Ambiente e Regione Lazio per gli interventi di messa in sicurezza e bonifica. Nel 2020 la Regione approva un piano da oltre 1,7 milioni di euro per il monitoraggio delle acque destinate agli usi potabile, irriguo e domestico. E ancora nel triennio 2018-2021, ARPA Lazio documenta per il tratto “Fiume Sacco 3” addirittura il peggioramento dello stato ecologico da “scarso” a “cattivo”. Non bastasse, una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta documenta superamenti dello standard di qualità ambientale per il PFOS già nei campionamenti del 2018 e del 2019.

Poi arriviamo al 2024. I dati ufficiali ARPA sulla qualità dell’aria dicono che Ceccano ha registrato la media annua di PM10 più alta dell’intera Regione Lazio: 35 µg/m³. E soprattutto che il limite dei 35 superamenti giornalieri consentiti nell’anno è stato oltrepassato a Cassino (56 giorni), Ceccano (79), Colleferro Europa (47) e Frosinone Scalo (70). Settantanove giorni a Ceccano. Settanta a Frosinone Scalo. Non sono slogan di un comitato, non sono post di Facebook e non sono propaganda politica: sono dati ARPA Lazio. E oggi il quadro ambientale della Valle del Sacco continua a imporre attenzione su acque, suoli, falde, qualità dell’aria e completamento delle bonifiche. Per questo trovo francamente surreale assistere ancora alla gara per stabilire se “sia tutto vero”, se qualcuno stia “esagerando” o se il problema sia stato inventato da qualche avversario politico.

La domanda seria è un’altra: com’è possibile che un territorio per il quale lo Stato discuteva formalmente di emergenza ambientale già nel 2005 debba ancora, oltre vent’anni dopo, confrontarsi con bonifiche da completare e criticità ambientali di questa portata? Ed è qui che la responsabilità politica delle classi dirigenti del passato — nazionali, regionali e locali — diventa una questione che non può essere liquidata con una battuta o con lo scaricabarile tra partiti. In vent’anni sono cambiati governi, maggioranze, presidenti, assessori, consiglieri, amministratori e colori politici. L’inquinamento, invece, non ha tessere di partito. E soprattutto non vota. Rimane nel terreno, nelle falde e nei sedimenti mentre la politica passa. Non sostengo che nulla sia stato fatto: sarebbe falso e sarebbe intellettualmente disonesto. Sono stati realizzati monitoraggi, stanziate risorse, avviate caratterizzazioni, sottoscritti accordi e aperti cantieri. Ma proprio gli atti ufficiali dimostrano qualcosa di ancora più grave: le istituzioni conoscevano da anni la dimensione del problema. Ed è quindi legittimo domandare se la velocità e la continuità delle risposte siano state proporzionate alla gravità di ciò che quelle stesse istituzioni avevano accertato.

Questa è la responsabilità politica sulla quale dovrebbe essere giudicata un’intera stagione amministrativa del territorio, senza sconti per nessuno e indipendentemente dal colore delle maggioranze che si sono succedute. Perché dopo più di vent’anni non serve trovare un nuovo colpevole da esibire sui social. Serve avere il coraggio di guardare una cronologia.

2005: emergenza.

2008: SIN.

2016: nuova perimetrazione del SIN.

2019: Accordo di Programma per le bonifiche.

2020: nuovo piano di monitoraggio delle acque.

2021: ARPA registra tratti del Sacco in stato ecologico “cattivo”.

2024: nella Valle del Sacco quattro centraline superano il numero massimo consentito di giorni oltre il limite giornaliero del PM10.

E le attività di messa in sicurezza, caratterizzazione e bonifica continuano. Questi sono atti. Questi sono numeri. Questa è la storia amministrativa della Valle del Sacco. Perciò, prima di spiegare ai cittadini che “non è vero niente”, bisognerebbe spiegare perché lo Stato italiano ha dichiarato l’emergenza, perché il Ministero dell’Ambiente ha istituito un Sito di Interesse Nazionale, perché sono stati stanziati decine di milioni di euro per la bonifica e perché, a distanza di due decenni, Regione, ARPA, CNR e Ministero continuano a occuparsi di caratterizzazione, messa in sicurezza e risanamento. Negare un problema non lo fa scomparire. E soprattutto c’è una differenza enorme tra fare allarmismo e leggere gli atti pubblici. Io scelgo la seconda strada. Perché sulla salute di un territorio si può discutere di soluzioni, responsabilità e tempi.Dei dati, invece, bisogna prendere atto!

Qui il rapporto Arpa Lazio 2024

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