Ceccano, cosa è e cosa sarà il S. Maria della Pietà, per capire meglio cosa accade, un intervento dell’avv. De Santis


di Annalisa De Santis, avvocato

Appunti in merito alla proposta di istituzione della Casa di Comunità nel Comune di Ceccano


La questione dell’istituzione della Casa di Comunità nel Comune di Ceccano è al momento oggetto di acceso confronto tra il Comune di Ceccano, che ne chiede la localizzazione presso il presidio sanitario di Borgo Santa Lucia e la Regione Lazio, che è intervenuta sul territorio con il taglio del PAT e la successiva precisazione di essersi attivata per garantire dai primi di agosto la ripresa dell’assistenza già fornita dal PAT, restando vaga sulla Casa di comunità.
Leggendo per quanto mi è stato possibile conoscere, la successione degli atti, emerge un quadro molto complesso, in cui si intrecciano non solo norme ma anche fatti che vanno considerati per comprendere e cercare di affrontare l’esito.
L’ultimo comunicato della ASL, del 27 luglio, contiene la novità di un riconoscimento aziendale di un percorso verso la Casa di comunità e l’Ospedale di comunità, definiti con due stringati acronimi, ribadendo anche la permanenza della vigente Casa della salute di Ceccano a garanzia dei servizi.
La precisazione è utile, ma nello stesso tempo preoccupa la vaghezza del percorso che porterà alla Casa di comunità.
Andiamo quindi a cercare di comprendere meglio la questione aperta. Tutto ha origine dal DM 77/22 di attuazione della Missione 6 del PNNR che ha individuato nell’assistenza territoriale il fulcro della riorganizzazione della sanità pubblica, gravata non solo in Italia, ma in Italia particolarmente, da generali problemi di difficoltà di garanzia delle
cure con un connesso ricorso alla medicina di emergenza nelle sue varie forme, anzitutto il Pronto soccorso, conseguentemente sempre oltre le sue possibilità di servizio. Questa criticità è stato rilevato che è intrinseca alla crescente domanda di salute imposta dalle malattie croniche e degenerative, preminenti nel trend corrente del prolungamento della vita media. L’Europa non si è limitata a individuare un modello, ma si è occupata anche delle risorse da mettere a disposizione nel PNNR, creando così un’agenda sanitaria nuova per il nostro Paese.
Questo il contesto in cui è stato emanato il DM 77/22 che ha introdotto in Italia l’istituto delle Case di comunità per assicurare i servizi di prevenzione e cura al territorio in modo capillare e tale da rendere effettiva la tutela della salute, con approccio istituzionale attivo e non passivo, ossia muovendosi all’ascolto del bisogno di salute e non aspettando
meramente la richiesta, da incasellare nelle liste. La normativa, di contenuto avanzato, ha recepito temi che sono da tempo propri del sistema sanitario italiano, nelle sue norme e in molte regioni, specie al nord, ma non solo, anche nella sua attuazione, tuttavia è a questo punto che una riflessione va fatta, perché non vengano scaricate sul terminale ultimo e primo destinatario delle norme, ossia i cittadini e i malati, la difficoltà intrinseca nella profilazione del nuovo assetto. Il SSN nato con la legge 833/78, in effetti guardava proprio, nella sua ratio, alla localizzazione dei servizi, alla prossimità delle cure, alla prevenzione. La norma era estremamente chiara in questo senso, minuziosa e nata dalle esperienze pilota sul territorio, l’Emilia Romagna, la Toscana, il Veneto, la Lombardia, avevano affrontato coraggiosamente un percorso in quella direzione. Resta il fatto che, la legge di riforma è stata oggetto di un attacco sistematico, fino alla sua deformazione con l’istituzione delle ASL in cui confluirono le USSL, che erano unità
sociosanitarie. La trasformazione portò i presìdi a diventare aziende sanitarie, separando con il sociale da sanitario.
Oggi, a quell’errore si mette mano, ridefinendo il sistema attorno al nodo tra sanità e società. Tutto questo va ricordato, perché è la nostra storia sanitaria e senza memoria , come ormai anche in modo ripetitivo si dice, non c’è futuro. Il futuro è oggi, intanto. Per cui, tornando al punto, il DM 77/22 è intervenuto in un’organizzazione sanitaria che già era strutturata, compresi i servizi territoriali e impianti sul territorio anche solidi, come quello ad esempio di Ceccano.
Entriamo nel dettaglio.
La mancata previsione della Casa di comunità a Ceccano è certamente anomala, non si comprende. Un presidio sanitario attuale, quello di Borgo Santa Lucia che è a servizio di circa 50.000 utenti, non ha attualmente la programmazione regionale adeguata per l’assistenza territoriale, quale sarebbe, allo stato della normativa in essere, la Casa di comunità. Una più attenta istruttoria, anche partecipata, avrebbe evitato la carenza programmatoria, ma dire questo credo sia troppo semplicistico. Quel che è accaduto è da inquadrare nell’avvio di un sistema nel sistema, quello
sociosanitario dell’assistenza territoriale prefigurato dall’Europa e quello aziendale già in atto. Il territorio del presidio sanitario di Ceccano, consistente, storicizzato dalle scelte già di fine ottocento e poi a seguire, è stato, come appare dalla carenza di qualificazione della zona lasciata nella pregressa qualificazione di Casa della salute, di difficile inquadramento nella nuova programmazione. Una sorta di soggetto ingombrante, il territorio del presidio sanitario di Ceccano, che l’aziendalizzazione ha conformato come semplice destinatario e fruitore di servizi, condizione che la nominale attribuzione della qualità di Casa della salute, non ha cambiato. Anzi, vi è stato un complessivo scadimento, emblematicamente sintetizzato dal malfunzionamento del minimo strumenti di organizzazione delle file di attesa della vasta utenza per prendere il semplice “numeretto”. L’ormai famoso totem, il display sempre difettoso, tra i disagi delle persone, già gravate dalle loro malattie che le conducono proprio lì. Una popolazione che sopporta con dignità uno stato di inquinamento ambientale sempre più nocivo per le condizioni di salute di ogni fascia d’età, con le conseguenti patologie diffuse, di tipo oncologico, respiratorio, immunitario. È questo il punto che sfugge nella programmazione regionale. Il punto di maggiore crisi, il cuore della Valle del Sacco, è privo di un adeguato sistema di organizzazione della prevenzione, quello più attuale, la Casa di comunità. Da qui l’urgenza.
Abbiamo adesso il tempo per colmare questo disagio istituzionale e popolare per andare oltre. Vanno attivate procedure e non singoli atti che garantiscano effettività in questo territorio al principio costituzionale del diritto alla salute di cui all’art. 33 della nostra Costituzione. Ogni ritardo, grava sulle già provatissime condizioni di salute nella zona. È recente, del luglio 2015, il piano per l’assistenza sociale della Regione Lazio, in cui si fa esplicito riferimento alle Case della comunità come strumento di attuazione delle cure sanitarie sul territorio. È questa una fase di vera e difficile prova per il nostro sistema sociale e sanitario. Si parte dunque da qui, dalla possibilità e necessità di prevedere che la Casa di Comunità di Ceccano venga inserita con chiarezza e senza indugi nella programmazione, perché
tanti possono essere i modi per definire la volontà programmatoria, integrarla, renderla adeguata. Ha fatto bene il Sindaco di Ceccano a reagire energicamente alla chiusura del PAT, a rilanciare verso un nuovo assetto. Entrando nel vivo e procedendo con ordine, la richiesta di Ceccano, è già in sostanza materia per un’istanza di programmazione integrativa dell’assistenza sanitaria territoriale in questa parte del Lazio. Questa istanza ha le sue ragioni certamente nel diritto sanitario, che si realizza anche nella vita amministrativa e non solo nelle norme che ne sono presupposto. Diritto che diventa effettivo se gli atti vengono adottati con adeguata istruttoria per conoscere la realtà su cui incidono, ma non sono solo i principi e le norme giuridiche a guidare l’azione amministrativa. È anche l’insieme ed ognuno dei principi etici e dei riferimenti etici documentali, da quelli internazionali fino ai Modelli organizzativi e ai Codici etici degli Enti pubblici e delle ASL. Tutti i documenti etici fanno riferimento e riconoscono come impegnativo il principio di
giustizia. Sembra evidente che il mancato inserimento nella programmazione dell’HUB di Ceccano, con la connessa istituzione della Casa di comunità, è contrario al principio etico di giustizia che è uno dei pilastri dell’azione europea e di sue scelte anche molto impegnative. Il perdurare di questa carenza, ora che l’attuazione del PNNR sul punto ha avuto possibilità di sperimentazione e verifica, realizza altra azione amministrativa non rispettosa del principio di giustizia. Poiché stiamo ragionando sull’attuazione del PNNR che non è un fatto episodico ma strutturale, va praticato tutto lo spazio possibile per agire con adeguatezza e giustizia, Regione e Comune insieme per il bene delle popolazioni e del territorio locale. Su questi argomenti, propongo di organizzare un incontro di riflessione che potrebbe tenersi, se fosse possibile, nei locali aperti ai dibattiti e allo studio della Parrocchia di Santa Maria a Fiume. Le modalità, potrebbero essere tempestivamente puntualizzate a cura dell’organizzazione del dibattito stesso. Metto volentieri a disposizione la mia passata esperienza degli anni di lavoro come avvocato che ha trattato e studiato il diritto amministrativo, anche nei suoi aspetti etici con il perfezionamento in Bioetica presso l’Università La Sapienza.
Ho insegnato Legislazione sanitaria presso la Scuola di specializzazione di Igiene e Medicina preventiva, Facoltà di Medicina e Chirurgia. La prevenzione può effettivamente dare a Ceccano e agli abitanti dell’Hub istituendo sulla scorta del DM 77/22, una risposta. Il ricordo delle innovazioni di cui fui attiva promotrice da consigliera comunale degli anni
70, il consultorio per la salute delle donne e molto altro, mi spinge a credere che sia ancora possibile la cura della salute di questo amato territorio.

Ringrazio e saluto cordialmente.
Avv. Anna Elisa De Santis


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