Era il suo dolore…ma anche il nostro, è morto nostro figlio, nostro fratello, nostro padre…e forse è per questo che l’abbiamo seguita dall’inizio. Ha riscritto la storia narrata da un canto processionale del Venerdì santo a Ceccano, Già condannato il figlio, le cui origini poetiche si fanno risalire a Pietro Mestastasio. Sara Silvestri, fondatrice del Gruppo teatrale Atto Primo, l’ha riscritta secondo la sensibilità di una donna di oggi e l’ha recitata, mentre la folla dei fedeli, a S. Giovanni, attendeva l’arrivo dell’Addolorata. Sono stati momenti di intensa emozione, tanto intensa che Sara ne è stata sopraffatta. Ecco il testo rivissuto da Sara:

Ero lì
L’ho vista… Era lì prima di noi. Quasi si nascondeva ma l’abbiamo riconosciuta.
La gente era tanta, lei si faceva strada tra le persone urlanti, attaccate, allacciate, ed era come se non le vedesse, come se tra lei e il resto non ci fosse nessun ostacolo…e non chiedetemi perché abbiamo cominciato a starle dietro passo dopo passo…l’abbiamo fatto e basta.
Cercava suo figlio.
C’erano dei soldati; senza paura, ha chiesto anche a loro, “dov’è mio figlio?”. Un soldato ha abbassato la testa, l’altro ha indicato il monte. S’è messa a correre, per ogni vicolo, per ogni strada, gli sguardi della folla venivano attraversati dal suo, ad ogni persona che incontrava chiedeva “il figlio mio, mio figlio! dov’è?”
A delle donne del posto, sedute davanti alla porta delle loro case, quasi riprendendo fiato, scandendo piano, parola per parola, ha chiesto “il Figlio mio, dov’è mio figlio?”.
Eravamo sul sentiero, in salita, i suoi passi erano sempre più veloci, faticavamo quasi a raggiungerla, quando si è intravisto il monte si è fermata di colpo e noi con lei, ha guardato il cielo.
Lentamente Il suo sguardo si è posato sul capo chinato di suo figlio, su quella croce, su ogni ferita che lui aveva aperta.
Le stavamo a 10 passi, la polvere è rimasta a mezz’aria, i sassi lungo i margini sembravano piangere, il sole le illuminava gli occhi neri e fondi, che annegavano in un mare immobile.
Nulla si muoveva, una folata di vento le ha accarezzato il viso e sussurrato quello che mai una madre vorrebbe sentirsi dire: tuo figlio è morto.
È caduta in ginocchio, il suo dolore non aveva suoni, tanto era intenso. Avremmo voluto toccarla, consolarla ma qualcosa di straziante aveva invaso anche noi, siamo rimaste immobili, impotenti, mute.
Era il suo dolore…ma anche il nostro, è morto nostro figlio, nostro fratello, nostro padre…e forse è per questo che l’abbiamo seguita dall’inizio.
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